The Italian Chapel è la celebre Cappella Italiana delle Orcadi, costruita dai prigionieri di guerra italiani sull’isola di Lamb Holm durante la Seconda Guerra Mondiale. Conosciuta ancora oggi come il “Miracolo del Campo 60“, è uno dei luoghi più emozionanti da visitare nell’arcipelago e rappresenta un simbolo di fede, speranza e amicizia tra Italia e Scozia.
La sua storia è straordinaria. Quella che doveva essere una semplice cappella ricavata da due baracche militari è diventata nel tempo uno dei monumenti più amati delle Orcadi, capace ancora oggi di commuovere migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo.
Come dico sempre, le Isole Orcadi ti entrano sotto la pelle e non se ne vanno più. Sono isole selvagge e meravigliose, una Scozia incontaminata, pura e malinconica allo stesso tempo. Anche questa volta ci siamo ritrovati davanti a un luogo che racconta molto più di ciò che appare a prima vista.
Personalmente sono stata contagiata dall’accoglienza degli isolani e dal senso di pace che solo questi luoghi solitari riescono a trasmettermi, come se fossi parte di quei paesaggi da sempre!
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The Italian Chapel: la storia della chiesetta degli italiani
The Italian Chapel non sarebbe mai esistita senza le Churchill Barriers. Per capire come una delle chiese più amate della Scozia sia nata su una piccola isola delle Orcadi, bisogna tornare all’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Nell’ottobre del 1939 il sottomarino U-47 della Kriegsmarine nazista, guidato dal giovane ufficiale Günther Prien sotto il comando dell’ammiraglio Dönitz, riuscì a infiltrarsi nella baia di Scapa Flow e ad affondare in pochi minuti la corazzata HMS Royal Oak della Royal Navy.
Scapa Flow era la più importante base navale britannica e dopo quell’attacco non sembrava più così sicura. Era fondamentale impedire che un episodio simile potesse ripetersi e gli accessi orientali alla baia dovevano essere protetti ad ogni costo.
Fu Winston Churchill a sostenere il progetto di chiudere gli stretti orientali di Scapa Flow attraverso la costruzione delle Churchill Barriers, quattro sbarramenti anti-sommergibile che ancora oggi collegano alcune delle isole dell’arcipelago e rappresentano una delle attrazioni più visitate delle Orcadi.
Per realizzare queste opere serviva però una grande quantità di manodopera. Vennero così impiegati anche numerosi prigionieri di guerra italiani catturati dagli Alleati durante la campagna del Nord Africa. Furono allestiti due campi principali: il Campo 34 sull’isola di Burray e il Campo 60 sulla vicina Lamb Holm. Questi prigionieri affiancarono la Balfour-Beatty, già presente in loco.
The Italian Chapel è tutto ciò che resta oggi del Campo 60. Proprio qui, durante la guerra, centinaia di italiani vissero e lavorarono alla costruzione delle Churchill Barriers, lasciando alle Orcadi un’eredità che ancora oggi emoziona visitatori provenienti da tutto il mondo.
Se vuoi scoprire di più sulle remote isole Orcadi trovi una sezione dedicata sul nostro blog.

I prigionieri del campo 60
Inutile dire che la vita nei campi di prigionia non fosse semplice. Il lavoro era pesante, il clima spesso ostile e il vento delle Orcadi sferzava continuamente queste piccole isole prive di ripari naturali. In molti casi i prigionieri si trovavano a lavorare all’aperto per ore, esposti alla pioggia, al freddo e alle improvvise raffiche provenienti da Scapa Flow.
La situazione portò persino a un esposto formale indirizzato al maggiore Yates. Alcuni prigionieri sostenevano infatti che la costruzione delle Churchill Barriers, destinate a proteggere gli accessi alla principale base navale britannica, fosse in contrasto con la Convenzione di Ginevra.
Le autorità britanniche risposero sostenendo che le barriere non erano opere militari offensive ma infrastrutture civili destinate a collegare le isole meridionali al Mainland delle Orcadi. Con il passare del tempo le condizioni di vita nel campo migliorarono e i rapporti con i responsabili britannici divennero meno tesi.
Circa un centinaio di italiani erano ospitati nel Campo 60 sull’isola di Lamb Holm. Nel 1943, con l’arrivo di padre Gioacchino Giacobazzi, cappellano militare catturato in Nord Africa, nacque il desiderio di avere un luogo di culto dove poter pregare e ritrovare un po’ di conforto lontano da casa.
Il maggiore Thomas Pyres Buckland, nuovo comandante del campo, accolse favorevolmente la richiesta e concesse ai prigionieri di utilizzare due baracche Nissen per realizzare una cappella. I detenuti iniziarono così a lavorare per trasformare quelle semplici strutture metalliche in un luogo capace di infondere speranza e dignità.
Nei momenti liberi dagli impegni legati alla costruzione delle Churchill Barriers, gli italiani dedicarono tempo ed energie alla cappella, utilizzando materiali di recupero, rottami, cemento e una straordinaria dose di ingegno. Tra il 1943 e il 1945 tutti contribuirono come poterono alla sua realizzazione.
Fu così che presero vita croci, candelieri, lampade, lucernari e decorazioni in ferro battuto che ancora oggi si possono ammirare all’interno della Italian Chapel.

La realizzazione della cappella italiana
I prigionieri iniziarono gettando le fondamenta e rivestendo le pareti interne delle due baracche con pannelli di legno. Su queste superfici vennero poi applicati pannelli di gesso che Domenico Chiocchetti decorò con l’aiuto dell’amico Giovanni Pennisi, artista del Campo 34 arrivato appositamente a Lamb Holm per collaborare al progetto.
Il risultato fu straordinario. Attraverso giochi prospettici e decorazioni dipinte, i due riuscirono a trasformare una semplice struttura militare in una vera chiesa, creando l’illusione di una navata in muratura dove in realtà esistevano soltanto pareti di legno e gesso.
Le opere principali della cappella si devono a Domenico Chiocchetti e a Giuseppe Palumbi, abile fabbro autore della cancellata in ferro battuto e del celebre cuore inciso sul pavimento.
Chiocchetti realizzò gran parte delle decorazioni interne. Utilizzando argilla, un calco in gesso e del semplice cemento modellò l’altare, successivamente dipinto di bianco e collocato su un piano rialzato. A lui si deve anche l’opera più famosa della cappella: l’affresco della Madonna con il Bambino che ancora oggi domina l’altare e incanta i visitatori della Italian Chapel.
Per dipingerlo si ispirò a un’immagine sacra ricevuta dalla madre prima di lasciare il suo paese natale, riproducendo un’opera del pittore Nicolò Barabino. Chiocchetti aggiunse però diversi elementi originali, tra cui sei angeli uniti da una pergamena con la scritta Regina Pacis Ora Pro Nobis. Uno degli angeli regge lo stemma di Moena, il paese natale dell’artista, mentre un altro ripone simbolicamente la spada nel fodero, chiaro richiamo alla fine della guerra e al ritorno della pace.
Ai lati dell’altare dipinse le figure di San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena, entrambe rivolte verso la Madonna. Le immagini sono inserite all’interno di raffinati decori trompe-l’œil che creano l’illusione di profonde nicchie scavate nella parete.
Al centro del soffitto si può infine ammirare una splendida colomba bianca, simbolo dello Spirito Santo, circondata da un cielo stellato e dai simboli dei quattro evangelisti.




The Italian Chapel: cosa ti aspetta al suo interno
Entrare nella Italian Chapel è sorprendente. Dall’esterno l’edificio appare relativamente semplice, ma basta varcare la soglia per dimenticare che tutto ciò che stai osservando è stato realizzato all’interno di due comuni baracche Nissen.
I prigionieri unirono le due strutture e ne rivestirono le pareti ondulate con pannelli di gesso decorati con grande abilità e realizzarono la ringhiera con del calcestruzzo proveniente dal cantiere delle Churchill Barriers. Grazie ai giochi prospettici e ai dipinti realizzati da Domenico Chiocchetti e dai suoi compagni, l’interno appare come una vera chiesa in muratura, ricca di dettagli e decorazioni.
Lo sguardo viene immediatamente catturato dall’altare e dall’affresco della Madonna con il Bambino che domina il presbiterio. Alla sinistra dell’altare è raffigurato un angelo che regge lo stemma di Moena, il paese natale di Chiocchetti: una barca che esce dalla tempesta e naviga verso il sereno, simbolo particolarmente significativo per chi viveva lontano da casa in tempo di guerra.
Osservando con attenzione si scoprono numerosi elementi realizzati con materiali di recupero. Le lampade furono create utilizzando barattoli di carne in scatola, mentre la fonte battesimale nacque dal riutilizzo di una carcassa d’automobile rivestita di cemento.
Tra le opere più straordinarie spicca la cancellata in ferro battuto che separa l’abside, realizzata da Giuseppe Palumbi seguendo un disegno di Domenico Chiocchetti. L’artigiano lavorò per mesi alla sua creazione, dando vita a uno degli elementi più raffinati dell’intera cappella.
Anche l’esterno merita attenzione. Per nascondere la forma originaria delle baracche, venne realizzata una facciata in cemento ispirata a una chiesa tradizionale – di questo si occupò il tagliapietre Buttapasta che si basò su un disegno di Giovanni Pennisi. Furono aggiunte finestre, contrafforti decorativi, un piccolo campanile e il bassorilievo della testa di Cristo sopra l’ingresso, modellato da Giovanni Pennisi. Molti dettagli furono dipinti di rosso per risaltare sul candore della facciata.
Domenico Chiocchetti rimase alle Orcadi anche dopo la fine della guerra grazie a un permesso speciale, completando personalmente alcune delle decorazioni che ancora oggi rendono unica The Italian Chapel.





La storia del cuore di ferro all’interno della Italian Chapel
Se osservi attentamente il pavimento sotto la cancellata in ferro battuto, noterai un piccolo cuore. È uno dei dettagli più famosi della Italian Chapel e, secondo una delle storie più conosciute legate alla cappella, nasconde una romantica vicenda d’amore.
Si racconta che Giuseppe Palumbi, il fabbro che realizzò la splendida cancellata dell’abside, si innamorò di una giovane donna delle Orcadi di nome Barbara. I compagni di prigionia ricordavano che i due si conobbero durante i viaggi che Palumbi compiva sul Mainland per recuperare ferro e carbone destinati alla lavorazione del cancello.
Barbara aveva circa vent’anni e amava suonare il pianoforte. Giuseppe parlava inglese e portava spesso con sé un banjo. Tra i due nacque un legame che però non ebbe un futuro. Con la fine della guerra Palumbi dovette tornare in Italia dalla sua famiglia e i loro destini si separarono.
Prima di partire completò la cancellata in ferro battuto e invitò Barbara ad ammirarla. Le chiese però di non guardare gli affreschi o le decorazioni della cappella, ma di abbassare gli occhi verso il punto in cui le due ringhiere si incontrano. Proprio lì aveva nascosto un piccolo cuore di ferro.
Secondo la leggenda, quello fu il suo ultimo regalo e il suo ultimo messaggio: “Il mio cuore resterà qui”.
Che sia una storia vera o una romantica tradizione tramandata dagli abitanti delle Orcadi, quel piccolo cuore continua ancora oggi a colpire l’immaginazione dei visitatori.
Forse è anche per questo che la Italian Chapel rappresenta molto più di una semplice chiesa costruita durante la guerra. È il simbolo di un legame che unisce Italia e Scozia attraverso la fede, la speranza, l’amicizia e le storie umane che hanno preso vita tra queste remote isole del nord.



The Italian Chapel dopo la guerra
Fra i prigionieri del Campo 60 c’era Domenico Chiocchetti, un uomo di Moena a cui la guerra non tolse mai la passione per l’arte. Grazie alle sue capacità artistiche gli vennero affidati diversi incarichi creativi all’interno del campo, tra cui la realizzazione delle scenografie per il teatrino allestito nella sala mensa. Sarebbe stato proprio lui a trasformare una semplice cappella di fortuna in uno dei simboli più amati delle Orcadi.
Dopo la fine della guerra i prigionieri tornarono in Italia e per alcuni anni il futuro della cappella rimase incerto. Nel 1958 un gruppo di abitanti delle Orcadi costituì un comitato per il restauro della Italian Chapel, attirando l’attenzione anche della BBC.
Padre Whitaker si impegnò personalmente per salvare la cappella, ma per restaurare correttamente gli affreschi era necessario rintracciare il loro autore. Nessuno sapeva però che fine avesse fatto Domenico Chiocchetti, tornato in Italia ormai da oltre quindici anni.
Grazie a un appello lanciato dalla BBC, nel 1960 Domenico venne finalmente rintracciato e tornò alle Orcadi per tre settimane, contribuendo personalmente al restauro delle opere che aveva realizzato durante la prigionia.
Visitando lo Scapa Flow Museum sull’isola di Hoy abbiamo trovato numerose fotografie d’epoca dedicate ai prigionieri italiani, ai loro effetti personali e alla costruzione delle Churchill Barriers. Vedere quei volti e quegli oggetti dopo aver visitato la cappella è stato particolarmente toccante.
Al termine dei lavori di restauro venne celebrata una messa solenne alla quale parteciparono cittadini orcadiani di diverse confessioni religiose. L’anno successivo la città di Moena donò il Cristo crocifisso in legno che ancora oggi si trova accanto alla cappella.
Il legame tra l’Italia e queste remote isole scozzesi è ancora visibile. A pochi metri dalla cappella italiana si trova il monumento ai prigionieri di guerra italiani, inaugurato il 7 agosto 1943. La scultura raffigura San Giorgio che trafigge il drago ed è opera di Domenico Chiocchetti, realizzata con uno scheletro di filo spinato ricoperto di cemento. L’opera simboleggiava il trionfo della pace sulla guerra e può essere ammirata ancora oggi davanti alla cappella.



Il ritorno alle Isole Orcadi di Domenico Chiocchetti
Il legame tra Domenico Chiocchetti e le Orcadi non si interruppe con la fine della guerra. Dopo il ritorno del 1960 per il restauro della cappella, l’artista tornò nuovamente a Lamb Holm nel 1964 insieme alla moglie Maria, portando in dono le quattordici stazioni della Via Crucis che ancora oggi si trovano ai lati della navata.
Nel 1970 fece ritorno alle Orcadi con i suoi due figli maggiori, desiderosi di conoscere quell’isola di cui il padre aveva parlato per tutta la vita e che era rimasta profondamente impressa nei suoi ricordi.
Chiocchetti nutriva un sincero affetto per le Orcadi e per i loro abitanti. In più occasioni ricordò con gratitudine l’ospitalità ricevuta dagli isolani, che avevano contribuito a trasformare una difficile esperienza di prigionia in un legame umano destinato a durare nel tempo.
A causa della malattia non poté però partecipare al viaggio organizzato nel 1992 dagli ex prigionieri italiani per commemorare il cinquantesimo anniversario del loro arrivo alle Orcadi.
Dopo la sua morte, i familiari tornarono sull’isola per assistere a una messa celebrata in sua memoria, a testimonianza di un rapporto che non si è mai realmente spezzato.
Anche negli anni più recenti la storia della Italian Chapel ha continuato a unire Italia e Scozia. Nel 2014, in occasione del 70° anniversario della sua realizzazione, Papa Francesco inviò una speciale benedizione apostolica. Alla cerimonia partecipò anche Angela Chiocchetti, figlia di Domenico.
Eravamo alle Orcadi proprio quell’anno, ma purtroppo le date non coincisero e non riuscimmo ad assistere a questo evento così significativo.
Giuseppe Palumbi, invece, non ebbe la possibilità di conoscere il destino della cappella. Morì nel 1980 senza riuscire a rivedere Lamb Holm e quella chiesa alla quale aveva contribuito con tanto talento e passione.
Oggi la Italian Chapel continua a essere restaurata e preservata grazie all’impegno di volontari ed esperti. Dal 2015 parte dei lavori di conservazione è stata affidata alla restauratrice Antonella Papa.
La Cappella Italiana sorge in un luogo unico. Piccola, isolata e affacciata sulla baia, sembra quasi uscire da un dipinto. Visitandola ho provato emozioni profonde e contrastanti: ammirazione per ciò che è stato creato, tristezza per le storie che custodisce e gratitudine per il messaggio di speranza che continua a trasmettere ancora oggi.





Le Churchill Barriers e la loro costruzione
Abbiamo continuato a guidare verso sud per esplorare le Churchill Barriers e goderci uno degli scenari più suggestivi delle Orcadi. Le vecchie navi affiorano ancora dal mare accanto a queste spettacolari strade rialzate. Se ne stanno lì come giganti di ferro assopiti a ricordare il tempo passato, immobili davanti al vento e alle onde.
I resti arrugginiti delle navi utilizzate per bloccare gli accessi a Scapa Flow sono molto più visibili di quanto si possa immaginare e l’impressione è fortissima quando li vedi apparire davanti ai tuoi occhi per la prima volta.
Le Churchill Barriers nacquero durante la Seconda Guerra Mondiale dopo l’affondamento della corazzata HMS Royal Oak e la morte di 834 persone. Vennero costruite tra il 1940 e il 1944, in gran parte grazie al lavoro dei prigionieri italiani detenuti alle Orcadi. Inaugurate ufficialmente nel maggio del 1945, oggi collegano il Mainland delle Orcadi con Lamb Holm, Glimps Holm, Burray e South Ronaldsay.
Nate come opere difensive, nel tempo si sono trasformate in un collegamento fondamentale tra le comunità insulari e in una delle attrazioni più iconiche dell’arcipelago. Percorrerle significa attraversare luoghi che hanno segnato la storia delle Orcadi e che oggi offrono panorami straordinari sul mare e sulle isole circostanti.
Lungo il tragitto puoi osservare da vicino i relitti delle vecchie blockships, fermarti nei punti panoramici lungo la costa e raggiungere facilmente alcuni dei luoghi più interessanti delle Orcadi, tra cui la stessa Italian Chapel.
Da queste parti si trovano anche spiagge e numerosi punti d’interesse naturalistico. Nelle giornate di sole il colore dell’acqua è sorprendente e non è difficile capire perché questo tratto di costa sia molto apprezzato da chi pratica immersioni e snorkeling.


FAQ – The Italian Chapel: la Cappella Italiana delle Orcadi
Perché esiste la Cappella Italiana delle Orcadi?
La Cappella Italiana nacque dal desiderio dei prigionieri di guerra italiani detenuti nel Campo 60 di avere un luogo di culto. Le autorità britanniche concessero loro due baracche Nissen che vennero trasformate, grazie all’ingegno e al lavoro dei prigionieri, in una delle chiese più suggestive della Scozia.
Chi costruì The Italian Chapel?
The Italian Chapel fu costruita dai prigionieri di guerra italiani detenuti nel Campo 60 sull’isola di Lamb Holm durante la Seconda Guerra Mondiale. L’anima del progetto fu Domenico Chiocchetti, artista originario del Trentino, che trasformò due semplici baracche Nissen in una cappella ricca di dettagli e simboli religiosi. Alla realizzazione contribuirono anche altri prigionieri, tra cui il fabbro Giuseppe Palumbi, dando vita a uno dei monumenti più amati delle Orcadi.
Dove si trova la Cappella Italiana delle Orcadi?
La Cappella Italiana si trova sull’isola di Lamb Holm, una delle piccole isole collegate al Mainland delle Orcadi dalle Churchill Barriers. Si trova lungo la strada che conduce verso Burray e South Ronaldsay ed è facilmente raggiungibile in auto da Kirkwall.
Quanto costa visitare la Italian Chapel?
La visita alla Italian Chapel prevede un piccolo contributo d’ingresso destinato alla conservazione del sito. Noi abbiamo pagato 3 sterline a testa. Prezzi e orari possono variare nel tempo, per cui ti consiglio di verificare sempre le informazioni aggiornate sul sito ufficiale prima della visita.
Quanto tempo serve per visitare la Italian Chapel?
Per visitare la cappella bastano generalmente dai 20 ai 30 minuti. Se desideri leggere con calma i pannelli informativi, visitare il centro espositivo e fermarti ad ammirare il paesaggio circostante, considera circa un’ora.
N.B. Tutte le foto sono di proprietà di Ale Carini e di Ivan Balducci ©2017-2026. Vietato ogni uso.
Per approfondimenti suggerisco il libro di Philip Paris “la chiesetta della pace – Storia dei prigionieri italiani nelle Orcadi” da cui ho tratto diverse informazioni per aggiornare questo articolo e rileggere ciò che è accaduto con altri occhi. E’ un libro scritto con molta cura e tanta ricerca.
Grazie all’articolo su Orkneyology per le tante e dettagliate informazioni, che mi hanno permesso di approfondire

41 comments
Che meraviglia ! la Scozia ci manca chissà magari in autunno faremo un giretto da quelle parti!!
Siamo tornati da appena 6 mesi e già manca tanto anche a noi! ! Se andrete vi seguirò nella vostra avventura ovviamente! La rivedrò attraverso i vostri occhi ??
Mentre leggevo pensavo: “oddio ma che posto particolare e ricco di significato, chissá che emozione” e infatti lo confermi alla fine del post. Non ne sapevo nulla ed é molto affascinante e in qualche maniera credo sia anche gratificante visitarlo!
Si è stato davvero molto suggestivo!
L’ha ribloggato su l'eta' della innocenzae ha commentato:
ci sono stato
Grazie ???
Ho visto la foto su Instagram ma non conoscevo la storia, davvero bella e anche struggente direi. Per alcuni versi mi ha un po’ ricordato il film “mediteranneo”, anche se le ambientazioni sono praticamente opposte :)
Ciao Giulia, si quando ho scoperto la storia di questo luogo anche a me aveva ricordato un film visto in passato … ma non mi veniva in mente quale, grazie penso proprio che fosse questo!
verissimo, ci ho pensato anche io!
L’ho visitata sai la cappella!!! Luogo molto toccante…non sapevo tanti degli aneddoti che hai raccontato, però, molto avvincenti!
Ciao Elisa! Sei stata alle Orcadi?? Allora puoi capire perché me ne sono innamorata! Grazie ?
Non sapevo di questo campo di prigionia…mio nonno è stato per 7 anni prigioniero in Africa, ma mi diceva sempre di essere stato fortunato al esser stato preso dagli Inglesi..chissà quanti ce ne sono di posti come questi che non conosciamo!
ciao Elena, hai assolutamente ragione .. anche mio nonno mi ha parlato spesso della guerra, è nato a cavallo tra la I e la II guerra mondiale. E’ anche in sua che mi sono appassionata a questo genere di storie :-)
Non conoscevo questo posto e tutta la storia che c’è dietro. Molte volte non si conosce bene la storia dei nostri prigionieri italiani ed è sempre interessante scoprirne di più. In questo caso poi anche se prigionieri, hanno lasciato un bel messaggio di pace e amore che merita di essere condiviso
Ciao Monica, hai ragione spesso non conosciamo le storie racchiuse dietro i luoghi che andiamo a visitare ed è un peccato! È sempre bene saperne di più.
Una storia davvero commovente, grazie di averla raccontata. Quando sono andata in Scozia non ho poturo visitare le Orcadi e ora mi pento amaramente ❤
Ciao Francesca! Alle Orcadi ho lasciato il ❤ appena scesa dal traghetto mi si sono riempiti gli occhi di una tale bellezza che non trovo mai le giuste parole, per riuscire a descriverla !
Non conoscevo questa storia, grazie per avercela raccontata. La storia va raccontata e mai dimenticata.
Grazie Silvia , hai ragione approfondire e conoscere è sempre bello oltre che ci arricchisce molto.
Che bella questa cappella, sembra proprio sbucare dal nulla così immersa nei prati
Si, in effetti si erge solitaria ed imponente in questa location da sogno ?
Che storia struggente. Comunque la cappella è bellissima e la location spettacolare
assolutamente si :-) è stato molto emezionante trovarsi qui, immersi nella storia!
Una storia davvero affascinante in un posto dai colori incredibili. Questa Scozia inizia davvero ad incuriosirmi sempre di più!
Ciao Raf!! Mi fa un immenso piacere essere riuscita ad incuriosirti
Articolo super interessante, è una parte di storia che non conoscevo per niente e considerato quanto mio figlio è appassionato di storia, sarà un buon filo conduttore per un futuro viaggio in Scozia!
Grazie mille! Davvero? Anche tuo figlio è appassionato di storia … bellissima
Che bella questa chiesetta! Avevo visto un documentario che ne raccontavo, ma l’avevo quasi del tutto dimenticato. Leggere il tuo post mi ha riportato tutto alla mente e mi è piaciuto moltissimo. Grazie.
Grazie a te di essere passata a trovarci! Ricordi il nome del documentario per caso? Lo vedrei con piacere !
No, ma era sicuramente sulla piattaforma Sky.
Grazie .. proverò a cercare ?
Che storia struggente e affascinante allo stesso tempo!
? è vero !
Meravigliosa questa cappella. E meravigliosa la sua storia. E’ incredibile come da materiali di scarto possa nascere una cosa così bella.
Non la conoscevo, e ti ringrazio per avercene parlato.
Ciao Jessica, grazie mille! E’ vero questa cappella diventa ancora più affascinante quando ne si conosce la storia!
Leggere questo articolo mi ha messo una nostalgia delle Orcadi e della Scozia in generale incredibile… mi ricordo quando la guida ci ha raccontato la storia dell’Italian Chapel, così piena di romanticismo! Che luoghi meravigliosi!
ciao Eleonara, si la Scozia fa anche a me questo effetto, fin troppo spesso direi … la storia di questa cappella è davvero un messaggi di speranza e amore per tutti !
Mi sta venendo sempre più voglia di visitare la Scozia, i tuoi post sono sempre super interessanti <3
Grazie Silvia!! Apprezzo moltissimo ???
La cappella è davvero interessante per la sua decorazione così viva e piena di colore, mi ha fatto venire in mente il film Mediterraneo, dove anche lì i soldati italiani si erano dedicati a decorare una chiesetta locale
È vero Paola, anche quel film ha presentato una storia molto toccante! Amo questi colori, carichi di emozioni