Arrivando a Provincetown è difficile non notare il Pilgrim Monument che domina il profilo della città dall’alto di High Pole Hill e, con la sua torre di granito, sembra quasi fuori posto tra le case, il porto e le dune dell’estremità settentrionale di Cape Cod.
Lo abbiamo visto comparire sopra i tetti mentre ci avvicinavamo al centro, quasi come un punto fermo nel paesaggio. Dopo giorni trascorsi ad esplorare Cape Cod tra fari, spiagge, piccoli porti e distese di sabbia, Provincetown ci è sembrata subito diversa: più vivace, più stratificata, con una storia che affiora continuamente tra le strade e si mescola alla città di oggi.
In nostro viaggio è iniziato da Plymouth, il luogo che nell’immaginario collettivo viene associato quasi automaticamente ai Padri Pellegrini e alla Mayflower. Tuttavia prima di raggiungere Plymouth, la Mayflower era arrivata proprio sulle coste di Cape Cod e Provincetown conserva ancora oggi il ricordo di quel primo approdo.
Il Pilgrim Monument nasce da qui, ma salire sulla torre è soltanto una parte della visita. Una volta scesi, il Provincetown Museum porta il racconto molto più lontano: dalle popolazioni dei nativi Wampanoag alla vita marittima della città, dalle baleniere alle esplorazioni artiche, fino alle trasformazioni artistiche e culturali che hanno contribuito a costruire l’identità di Provincetown.
È proprio questo intreccio tra paesaggio, memoria e storie diverse ad aver reso la visita così interessante. Dal panorama sulla cima del Pilgrim Monument alle sale del museo, Provincetown si racconta un pezzo alla volta, mostrando quanto sia più complessa della sola immagine della Mayflower e dei padri pellegrini.



Perché il Pilgrim Monument si trova a Provincetown
Quando si pensa ai Padri Pellegrini e alla Mayflower, il nome che viene subito in mente è Plymouth. Anche per noi era stato così, infatti pochi giorni prima avevamo camminato lungo il suo waterfront e visitato alcuni dei luoghi legati a una delle storie più conosciute del New England. Arrivati a Provincetown, però, ci siamo resi conto che per ricostruirla davvero bisognava fare un passo indietro.
La Mayflower, infatti, non raggiunse direttamente Plymouth. Dopo oltre due mesi di navigazione dall’Inghilterra, il 9 novembre 1620 avvistò Cape Cod. La destinazione prevista si trovava più a sud, nell’area allora compresa nella Virginia coloniale, ma durante il tentativo di proseguire la nave incontrò le acque basse e pericolose delle secche al largo del Cape. Il comandante Christopher Jones decise quindi di invertire la rotta e cercare un riparo più sicuro. Due giorni dopo, l’11 novembre 1620, la Mayflower gettò l’ancora nell’attuale Provincetown Harbor.
Fu proprio mentre la nave si trovava in questa baia che accadde un altro episodio destinato a entrare nella storia. Cape Cod si trovava fuori dal territorio nel quale i coloni erano stati autorizzati a stabilirsi e, prima di scendere a terra, 41 uomini firmarono a bordo il Mayflower Compact, un accordo con cui si impegnavano a costituire una comunità politica e a rispettare le leggi stabilite per il bene comune. È uno dei documenti più importanti legati alla nascita delle prime forme di autogoverno nelle colonie inglesi del Nord America.

Provincetown, però, non fu soltanto un approdo temporaneo. La Mayflower rimase nell’area di Cape Cod per circa cinque settimane e mezzo mentre diversi gruppi esploravano la penisola alla ricerca di un luogo adatto in cui stabilirsi. Si spinsero lungo la costa, cercarono acqua e risorse e iniziarono a entrare in contatto con le popolazioni native che abitavano queste terre da migliaia di anni. Furono settimane tutt’altro che marginali, che segnarono l’inizio di una storia molto più complessa di quella che per lungo tempo è stata raccontata soltanto dal punto di vista dei Pellegrini.
Solo in seguito la Mayflower attraversò Cape Cod Bay e raggiunse quella che sarebbe diventata Plymouth.
Ed è proprio qui che il Pilgrim Monument acquista tutto il suo significato. La grande torre che domina Provincetown non celebra la fondazione della colonia di Plymouth, ma ciò che avvenne prima: il primo approdo della Mayflower a Cape Cod, le settimane trascorse in queste acque e la firma del Mayflower Compact.
Dopo essere stati a Plymouth, trovarci davanti al Pilgrim Monument ci ha fatto leggere quella storia da una prospettiva diversa. Quello che avevamo visto non era l’inizio del viaggio americano della Mayflower, ma il capitolo successivo. Il primo si era svolto proprio qui, all’estremità di Cape Cod.

La nascita del Pilgrim Monument: una torre toscana a Provincetown
L’idea di costruire a Provincetown un grande monumento dedicato al primo approdo della Mayflower cominciò a prendere forma alla fine dell’Ottocento. Il 29 febbraio 1892 nacque ufficialmente la Cape Cod Pilgrim Memorial Association, con l’obiettivo di raccogliere fondi e dare finalmente forma a un memoriale capace di ricordare gli eventi del 1620.
Il progetto richiese anni di lavoro e sostegno pubblico, ma il luogo in cui far sorgere il monumento sembrava quasi naturale. La scelta cadde su High Pole Hill, la collina che domina Provincetown e il suo porto. Nel 1902 la città cedette il terreno all’associazione e il futuro Pilgrim Monument trovò così il punto dal quale, ancora oggi, sovrasta Cape Cod.
Restava però una domanda tutt’altro che secondaria: che aspetto avrebbe avuto? Nel 1906 venne aperto un concorso per scegliere il progetto. Molte delle proposte arrivate immaginavano un grande obelisco, una forma già molto diffusa nei monumenti celebrativi americani. La soluzione venne però scartata proprio perché avrebbe ricordato troppo da vicino strutture già celebri come il Bunker Hill Monument di Boston e il Washington Monument della capitale.
A Provincetown si decise allora di guardare altrove, molto più lontano. Il modello scelto fu la Torre del Mangia di Siena, la torre trecentesca che si alza accanto al Palazzo Pubblico in Piazza del Campo. A reinterpretarne le forme per Cape Cod fu l’architetto Willard T. Sears, trasformando un riferimento dell’architettura medievale toscana nella sagoma destinata a diventare il simbolo di Provincetown.
Proprio questo contrasto lo rende così riconoscibile. In mezzo a case di legno, porto, sabbia e Atlantico, il Pilgrim Monument sembra appartenere a un paesaggio completamente diverso. Eppure, dopo più di un secolo, quella torre dall’aria sorprendentemente italiana è diventata parte inseparabile del profilo della città.
Il progetto era pronto. Mancava soltanto costruirlo, e per farlo sarebbero serviti migliaia di blocchi di granito, una ferrovia appositamente realizzata sulla collina e quasi tre anni di lavoro.

La costruzione del Pilgrim Monument: dal granito del Maine all’inaugurazione
I lavori su High Pole Hill iniziarono il 20 giugno 1907 con la realizzazione delle fondamenta. Prima ancora che la torre cominciasse realmente a salire verso il cielo di Provincetown, però, il cantiere attirò un ospite d’eccezione.
Il 20 agosto 1907 fu il presidente Theodore Roosevelt a posare la cornerstone del Pilgrim Monument durante una solenne cerimonia massonica. Quella mattina arrivò nel porto di Provincetown a bordo dello yacht presidenziale che portava un nome quanto mai appropriato: Mayflower. Una coincidenza che doveva sembrare quasi costruita apposta per l’occasione.
Per vedere la torre cominciare davvero a prendere forma bisognò aspettare l’anno successivo. Il 18 giugno 1908 venne collocato sulla fondazione il primo blocco di granito, del peso di oltre 1.800 chili. Da quel momento High Pole Hill si trasformò in un cantiere tutt’altro che semplice da alimentare: ogni pietra utilizzata per il Pilgrim Monument doveva arrivare fino alla sommità della collina.
Il granito proveniva da Stonington, nel Maine, una località dell’isola di Deer Isle. I blocchi venivano trasportati via mare fino a Provincetown e scaricati sul waterfront. Da lì iniziava un secondo viaggio: una piccola ferrovia appositamente costruita li portava lungo il fianco di High Pole Hill fino al cantiere.
Una volta arrivati in cima, i blocchi non venivano semplicemente impilati uno sull’altro. Le pietre erano lavorate sul posto, contrassegnate con lettere e numeri e destinate a una posizione precisa nella struttura. Man mano che la torre cresceva vennero inserite anche diverse pietre commemorative, donate da città, associazioni e società legate ai discendenti della Mayflower. Le avremmo ritrovate più di un secolo dopo durante la nostra salita, incastonate nelle pareti interne del monumento.

Il clima di Cape Cod impose anche il suo ritmo al cantiere e di fatto i lavori vennero sospesi alla fine di novembre 1908 fino ad aprile 1909. Per tutta l’estate la torre continuò a crescere finché, il 21 agosto 1909, l’ultima grande pietra dell’esterno era pronta per essere sollevata. Pesava circa una tonnellata e venne portata in cima con corde e carrucole. A partecipare all’operazione furono anche due ragazze di appena 11 e 14 anni, Isabel George e Annie Cromar, figlia e nipote del responsabile dei lavori in pietra.
Dall’esterno il Pilgrim Monument poteva sembrare ormai terminato, ma mancava ancora tutta la parte che oggi permette di raggiungerne la cima. All’interno venne costruito un sistema di rampe e scale in cemento e acciaio, ispirato questa volta al campanile di San Marco a Venezia. La struttura fu realizzata dall’alto verso il basso, smontando progressivamente l’impalcatura interna di legno che era servita durante la costruzione della torre. I lavori alle rampe e alle scale terminarono il 29 marzo 1910; nei mesi successivi vennero aggiunti porte, finestre, ringhiere e gli ultimi dettagli.
Tre anni dopo la posa della cornerstone, Provincetown era pronta a celebrare il suo monumento. L’inaugurazione ufficiale si tenne il 5 agosto 1910, una data scelta non a caso: era l’anniversario del giorno in cui, nel 1620, i Padri Pellegrini avevano lasciato l’Inghilterra diretti verso il Nuovo Mondo.
A presiedere la cerimonia questa volta fu il presidente William Howard Taft. E anche lui raggiunse Provincetown a bordo dello yacht presidenziale Mayflower, che gettò l’ancora quasi nello stesso punto in cui, quasi tre secoli prima, aveva sostato la nave originale.
Da quel momento la torre di granito alta 252 piedi, circa 77 metri, diventò parte del profilo di Provincetown. Ma per capire davvero quanto fosse alta, a noi non restava che entrarci e cominciare a salire.


Bradford Street Inclined Elevator: dalla città a High Pole Hill
Più di un secolo fa, durante la costruzione del Pilgrim Monument, una piccola ferrovia risaliva High Pole Hill trasportando fino al cantiere gli enormi blocchi di granito arrivati via mare dal Maine. Oggi lungo lo stesso pendio si muove qualcosa di molto diverso: il Bradford Street Inclined Elevator, l’ascensore inclinato che collega il centro di Provincetown con il Pilgrim Monument e il Provincetown Museum.
La stazione inferiore si trova su Bradford Street, accanto al Bas Relief Park, a pochi passi da Commercial Street. Da qui la cabina risale il fianco della collina fino ai terreni del complesso, superando un dislivello di circa 24 metri in poco meno di due minuti. Può trasportare fino a 18 persone.
È importante sapere che l’Inclined Elevator non ha un biglietto separato: il suo utilizzo è compreso nel biglietto giornaliero del Pilgrim Monument and Provincetown Museum e per accedere alla cabina è necessario poter dimostrare di avere un ingresso valido.
Se dopo la visita decidi di scendere con l’ascensore verso il centro di Provincetown e prevedi di utilizzarlo nuovamente per tornare a High Pole Hill, tieni con te il biglietto. Nel nostro caso avevamo ricevuto l’ingresso complimentary per la collaborazione con il museo, ma non ci era stato consegnato un ticket fisico: quando abbiamo cercato di risalire da Bradford Street abbiamo avuto qualche difficoltà proprio perché non potevamo mostrarlo e il personale ha dovuto verificare il nostro accesso che per fortuna era registrato e regolare.
Tecnicamente il museo indica la presenza di un ticket kiosk adiacente all’ascensore, ma noi non lo abbiamo visto e ci è stato detto che non si poteva acquistare dall’ingresso inferiore il biglietto per risalire.


L’ascensore è relativamente recente, ma l’idea che lo ha fatto nascere ha più di cent’anni. Già nel 1910, quando il Pilgrim Monument venne inaugurato, esisteva infatti il progetto di creare un collegamento diretto tra la città e la collina. Quella visione rimase sulla carta per oltre un secolo, fino alla realizzazione del Bradford Access Project, iniziato nel maggio 2020. L’impianto fu completato alla fine del 2021 e inaugurato ufficialmente il 1° giugno 2022.
La sua realizzazione ha cambiato soprattutto il rapporto tra il monumento e il centro della città. Prima High Pole Hill rimaneva fisicamente separata dalle strade più frequentate di Provincetown; oggi basta salire sulla cabina a Bradford Street per ritrovarsi pochi minuti dopo ai piedi della grande torre di granito.
C’è poi una coincidenza che chiude quasi un cerchio con la costruzione del Pilgrim Monument. Tra le aziende coinvolte nel progetto dell’ascensore c’era anche la Jay Cashman, Inc.: il trisavolo del fondatore, John Cashman, possedeva proprio la cava di Stonington, nel Maine, da cui proveniva il granito utilizzato per costruire la torre e aveva trasportato quei blocchi fino a Provincetown oltre un secolo prima.

Salire sul Pilgrim Monument: 116 gradini e 60 rampe fino alla cima
Visto dal basso, con i suoi 77 metri di altezza, il Pilgrim Monument può far pensare a una lunga successione di scale. Una volta entrati, però, si scopre che la salita è molto diversa: per raggiungere la cima bisogna affrontare 116 gradini e 60 rampe, che si sviluppano all’interno della torre alternandosi fino alla piattaforma panoramica. Il percorso richiede circa dieci minuti a passo tranquillo, anche se viene spontaneo fermarsi più volte lungo la strada e non solo per riprendere fiato.
Le pareti raccontano un’altra parte della storia del monumento: durante la salita si incontrano 175 pietre e placche commemorative, donate da città, associazioni e Society of Mayflower Descendants di diverse parti degli Stati Uniti.
Non seguono un preciso ordine geografico o cronologico perché vennero collocate man mano che arrivavano al cantiere. Così, salendo, compaiono nomi e date che riportano alla storia del New England e delle sue comunità. Nell’elenco ufficiale troviamo Plymouth, Provincetown, Barnstable, Truro, Eastham, ma anche Bristol nel Rhode Island e Fall River, un nome per noi già familiare dato che l’avevamo già visitata per scoprire la storia di Lizzie Borden.
E poi rampa dopo rampa, la luce cambia e si raggiunge finalmente la sommità. A quel punto i 77 metri della torre si sommano all’altezza di High Pole Hill: il Pilgrim Monument arriva così a più di 106 metri sul livello del mare. Ed è soltanto quando ci si affaccia che si capisce davvero quanto Provincetown sia rimasta sotto di noi.

La vista dalla cima del Pilgrim Monument
Arrivati in cima, Provincetown cambia completamente prospettiva. Le strade che poco prima percorrevamo a piedi si stringono tra i tetti delle case, il porto si apre davanti alla città e, oltre le ultime costruzioni, sono soprattutto acqua e sabbia a occupare lo sguardo.
Dall’alto si distingue bene Provincetown Harbor, con MacMillan Wharf che si allunga nella baia, il breakwater, le barche ormeggiate e la linea della costa che disegna il porto. Più lontano compaiono Long Point e Wood End, con i rispettivi fari, mentre dall’altra parte la città lascia progressivamente spazio alle dune e ai grandi spazi protetti del Cape Cod National Seashore. La mappa panoramica ufficiale del Pilgrim Monument aiuta a orientarsi e individua anche Race Point Light, le dune delle Province Lands e l’Atlantico sul lato esterno di Cape Cod.
Per noi c’era poi un punto particolarmente facile da riconoscere: Highland Light a Truro. Lo avevamo visitato proprio durante il nostro percorso lungo l’Outer Cape e ritrovarlo da quassù, ormai lontano nel paesaggio, dava quasi la misura della strada percorsa.
La guida del monumento lo segnala tra i landmark visibili dalla cima anche First Encounter Beach a Eastham, Cape Cod Canal, Plymouth e persino Boston, riportandone le distanze rispetto al monumento. Più che cercare di individuare ogni singolo punto, vale la pena fermarsi qualche minuto e guardare ciò che si ha immediatamente sotto gli occhi: Provincetown da una parte, le Province Lands dall’altra e Cape Cod Bay che sembra occupare quasi tutto lo spazio tra loro.


Provincetown Museum: oltre un secolo di storia che continua a cambiare
Dopo essere scesi dal Pilgrim Monument, il Provincetown Museum cambia completamente il punto di vista. Se la torre fissa nella pietra un momento preciso della storia, quello dell’arrivo della Mayflower nel 1620, nelle sale ai suoi piedi il racconto si allarga e Provincetown comincia a emergere attraverso le persone, il mare e le trasformazioni che l’hanno attraversata nei secoli.
Il museo aprì nel 1910, lo stesso anno dell’inaugurazione del monumento, ma la Cape Cod Pilgrim Memorial Association aveva iniziato a raccogliere documenti e oggetti storici già dal 1892. Le collezioni continuarono poi a crescere nel tempo: un passaggio importante arrivò nel 1956, quando il Ladies Research Club di Provincetown si sciolse e trasferì all’associazione la propria raccolta di opere, documenti e testimonianze sulla storia locale.
Quello che si visita oggi è molto più di un museo dedicato ai Pilgrims. Nelle sue sale si passa dalla storia marittima di Provincetown alla caccia alle balene, dalle spedizioni artiche di Donald MacMillan alla nascita del teatro moderno americano, fino alla comunità LGBTQ+ e alle trasformazioni culturali che hanno fatto della città uno dei luoghi più particolari di Cape Cod.
Ci sono ancora ambienti e ricostruzioni che conservano il carattere dei vecchi musei storici, come gli spazi dedicati alla vita dei capitani delle baleniere e alla Provincetown legata al mare. Accanto a questi, però, il museo ha iniziato a rileggere anche alcuni capitoli del proprio passato da prospettive molto diverse rispetto a quelle con cui erano stati raccontati per decenni.
Il cambiamento più evidente si incontra nella mostra permanente Our Story: The Complicated Relationship of the Indigenous Wampanoag and the Mayflower Pilgrims, che rimette al centro una voce rimasta a lungo ai margini della storia raccontata dai monumenti e dai musei del New England: quella dei nativi Wampanoag.



Our Story: la storia della Mayflower raccontata dai Wampanoag
Una delle sezioni che ci ha interessato maggiormente è Our Story: The Complicated Relationship of the Indigenous Wampanoag and the Mayflower Pilgrims. Non è semplicemente una mostra dedicata alle popolazioni native di Cape Cod, ma un tentativo di rileggere gli eventi che abbiamo appena raccontato da una prospettiva molto diversa da quella con cui sono stati tramandati per secoli.
Prima dell’arrivo della Mayflower, i Wampanoag vivevano e utilizzavano le terre di Cape Cod da migliaia di anni. Quando nel novembre del 1620 gli inglesi gettarono l’ancora nell’attuale Provincetown Harbor, non stavano quindi arrivando in una terra vuota, ma in un territorio abitato da comunità con una propria cultura, una lingua e un rapporto consolidato con queste coste.
Our Story nasce proprio per riportare quella presenza al centro del racconto. La mostra è stata curata da Steven Peters, membro della Mashpee Wampanoag Tribe, insieme all’agenzia creativa indigena SmokeSygnals, ed è indicata dal museo come la prima esposizione permanente al mondo a raccontare l’arrivo della Mayflower dalla prospettiva del popolo Wampanoag.
Ed è qui che alcuni episodi già incontrati nella storia dei Padri Pellegrini assumono un significato diverso. Durante le esplorazioni di Cape Cod, gli uomini della Mayflower trovarono e presero del mais conservato dalle popolazioni native e, nel corso di una delle spedizioni, arrivarono allo scontro ricordato come First Encounter. Eventi spesso ridotti a poche righe nei racconti tradizionali diventano parte di una relazione fin dall’inizio complessa, fatta di diffidenza, appropriazioni, paura e successivi tentativi di convivenza.
Il museo non cancella quindi la storia dei Padri Pellegrini, ma le affianca quella di chi era già qui quando la Mayflower comparve al largo di Cape Cod. Ed è proprio questo contrasto a rendere la visita più interessante: basta spostarsi di pochi metri dalla torre costruita per commemorare il primo approdo, per ritrovarsi davanti a un racconto che, un secolo dopo, prova a guardare gli stessi eventi anche dall’altra parte.

Provincetown Museum tra mare, balene ed esplorazioni artiche
Per capire Provincetown bisogna tornare continuamente al mare. Prima di diventare la città di artisti, teatri e gallerie che conosciamo oggi, la sua vita dipendeva dal porto, dalla pesca e anche dalla caccia alle balene, che per lungo tempo fu una delle attività più importanti di questa parte del New England.
Nel museo questa storia riemerge attraverso modelli navali, strumenti, oggetti e ricostruzioni legate alla vita a bordo e a quella dei capitani una volta tornati a terra. Tra gli elementi più particolari c’è anche una vera cabina del capitano proveniente da una baleniera di Provincetown, che permette di entrare, almeno per qualche momento, negli spazi angusti in cui si trascorrevano mesi lontano da casa.
Tra gli oggetti più scenografici del museo ci sono poi due enormi mandibole di balena che conoscevamo già, almeno indirettamente. Per decenni avevano formato uno degli archi d’ingresso della Captain Edward Penniman House di Eastham, la casa del celebre capitano baleniere che avevamo incontrato lungo il nostro itinerario a Cape Cod.
Si tratta delle mandibole di una megattera installate dopo il 1876 e rimosse negli anni Sessanta, quando l’esposizione all’aperto aveva iniziato a comprometterne la stabilità. Dopo essere passate dall’acquario di Provincetown, oggi sono conservate proprio all’interno del Provincetown Museum.
Davanti alla Penniman House ne venne successivamente installato un altro paio, appartenente a una balenottera comune, rimasto al suo posto fino al 2018, quando il National Park Service lo rimosse per ragioni di sicurezza.

Navi, naufragi e storie del mare
Il mare che per generazioni ha dato lavoro e sostentamento a Provincetown è stato anche una presenza imprevedibile e, a volte, devastante. Le acque e le secche dell’Outer Cape hanno visto centinaia di naufragi e nel museo alcune di queste storie riemergono attraverso reperti che hanno davvero attraversato tempeste, guerre e decenni trascorsi sotto la sabbia.
Uno dei più particolari apparteneva alla HMS Somerset, una potente nave da guerra britannica armata con 64 cannoni e un equipaggio di circa 400 uomini. Aveva preso parte alla Guerra d’Indipendenza americana, intervenendo anche negli eventi di Lexington e Concord e nella battaglia di Bunker Hill, prima di essere sorpresa da una violenta tempesta il 2 novembre 1778 e finire sulle Peaked Hill Bars, al largo dell’Outer Cape.
Secondo il rapporto del comandante morirono 21 uomini, mentre gran parte dell’equipaggio sopravvissuto fu catturato. Nel museo è conservato anche un cathead originale della nave, una delle robuste strutture utilizzate per manovrare le ancore, riemerso dal relitto nell’Ottocento.
Più di un secolo dopo, un’altra tempesta avrebbe lasciato un segno profondo nella storia di Provincetown. Tra il 26 e il 27 novembre 1898 il New England venne investito da una delle peggiori burrasche della sua storia, passata alla memoria come Portland Gale dal nome della nave più famosa che vi andò perduta. Il piroscafo Portland, in viaggio da Boston verso il Maine, affondò con tutte le persone a bordo: oggi la NOAA stima 192 o 193 vittime, anche se il numero esatto rimase a lungo incerto perché la lista dei passeggeri scomparve con la nave. Il relitto giace ancora sul fondale dello Stellwagen Bank National Marine Sanctuary ed è stato soprannominato il “Titanic del New England”.

A Provincetown la tempesta distrusse moli, abitazioni e attività sul waterfront, danneggiando pesantemente un’economia che dipendeva ancora dal mare. Nelle sale abbiamo trovato il modello della Portland, vecchi dispositivi di salvataggio, fotografie dei danni e pannelli che raccontano quanto quella tragedia contribuì anche a cambiare il volto della città. Non a caso il museo ha scelto proprio il Portland Gale come punto di partenza di A Town That Worked, la mostra dedicata alla trasformazione di Provincetown tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.
Ma non tutte le storie di mare conservate qui finiscono con un naufragio. Una delle vetrine è dedicata alla Schooner Hindu, goletta di legno costruita nel Maine nel 1925 e diventata nel tempo una presenza familiare nel porto di Provincetown. Nata come yacht, durante la sua lunga vita fu utilizzata anche per il trasporto di merci e durante la Seconda guerra mondiale entrò nella cosiddetta “Hooligan Navy”, la flotta di imbarcazioni civili impiegate nel pattugliamento della costa orientale americana. Dal dopoguerra ha poi accompagnato generazioni di residenti e visitatori nelle acque di Cape Cod Bay.
La sua storia continua ancora oggi. Dopo una collisione nel 2020 e un lungo restauro praticamente completo dello scafo, la Hindu è tornata a navigare da Provincetown e nel giugno 2026, pochi mesi prima della nostra visita, ha partecipato alla 79ª Blessing of the Fleet. Nel museo ne abbiamo visto il modello e le immagini del restauro; fuori, invece, la sua storia è ancora viva nelle acque del porto.


Donald Baxter MacMillan e le esplorazioni artiche
Ma il rapporto di Provincetown con il mare non si fermò alle rotte dei pescatori e delle baleniere. Dalla città infatti si partiva anche per andare molto più lontano. Una delle sezioni più interessanti del museo è dedicata a Donald Baxter MacMillan, nato qui il 10 novembre 1874 e diventato uno dei grandi esploratori americani dell’Artico.
Il suo rapporto con il mare iniziò prestissimo. Era figlio di un capitano e aveva soltanto nove anni quando il padre scomparve durante una traversata. Dopo gli studi al Bowdoin College, MacMillan entrò nel mondo delle esplorazioni polari e nel 1908-1909 partecipò alla spedizione di Robert E. Peary verso il Polo Nord. Il congelamento dei talloni lo costrinse però a fermarsi e tornare indietro prima di raggiungere la meta.
È proprio qui che l’allestimento introduce una prospettiva meno scontata. Un pannello pone una domanda molto semplice: “Who helped MacMillan get to the Arctic?”, chi aiutò MacMillan ad arrivare nell’Artico?
Quando il congelamento lo costrinse a tornare indietro, furono l’esploratore afroamericano Matthew Henson e quattro uomini Inuit a proseguire con Peary verso il Polo Nord. L’allestimento insiste sul patrimonio di conoscenze delle comunità Inuit: saper leggere il ghiaccio e i suoi continui cambiamenti, trovare cibo, orientarsi, governare le slitte e reagire a condizioni meteorologiche estreme. Competenze dalle quali le spedizioni dipendevano e che, per molto tempo, sono rimaste ai margini dei racconti dedicati ai grandi esploratori.
La carriera di MacMillan continuò comunque per altri decenni. In 46 anni partecipò a più di trenta spedizioni nell’Artico, percorrendo oltre 300.000 miglia e affiancando all’esplorazione geografica ricerche scientifiche e studi sulle popolazioni del Labrador e della Groenlandia. Fu anche tra i pionieri nell’utilizzo di radio, aeroplani ed elettricità nelle regioni artiche.


Crocker Land, la terra che non esisteva
Non tutte le sue spedizioni, però, ebbero la storia lineare e quasi eroica che ci si potrebbe aspettare. Una delle più affascinanti – e controverse – iniziò nel 1913, quando MacMillan partì alla ricerca di Crocker Land, una misteriosa massa di terra che Robert Peary sosteneva di aver intravisto anni prima a nord della Groenlandia.
Crocker Land, in realtà, non esisteva. Quella che Peary aveva interpretato come terraferma era probabilmente un miraggio prodotto dalle particolari condizioni atmosferiche dell’Artico. La spedizione, che avrebbe dovuto avere una durata relativamente limitata, si trasformò così in un’odissea di quattro anni, segnata dall’isolamento, dalle difficoltà nei rifornimenti e da diversi tentativi di soccorso falliti.
Ed è qui che il museo affronta anche una delle pagine più oscure della spedizione. Nel 1915 Fitzhugh Green, uno dei membri del gruppo, uccise con un colpo d’arma da fuoco la guida Inuit Piugaattoq durante un litigio.
Il pannello che racconta l’episodio porta un titolo significativo: “Crocker Land and the Silences of the Archive”. Più che limitarsi alla cronaca dell’accaduto, mette a confronto ciò che rimane negli archivi, nei diari e nelle diverse versioni dei protagonisti, mostrando quanto anche una documentazione apparentemente precisa possa lasciare vuoti, contraddizioni e soprattutto voci che non hanno avuto la stessa possibilità di essere conservate.
È uno degli aspetti che ci è piaciuto di più di questa parte del museo: MacMillan rimane una figura centrale nella storia di Provincetown, ma il racconto non si ferma al mito dell’esploratore solitario che conquista territori sconosciuti. Intorno a lui emergono collaboratori, guide, comunità Inuit e persone senza le quali molte di quelle spedizioni non sarebbero state possibili.


Lady Mac e l’archivio dell’Artico
E tra le figure riportate in primo piano c’è anche Miriam Look MacMillan, conosciuta come “Lady Mac”. Dopo aver sposato Donald nel 1935, Miriam partecipò con lui a nove spedizioni nell’Artico tra il 1937 e il 1954. Non era una semplice accompagnatrice: fotografava, girava filmati, utilizzava registratori, prendeva appunti e teneva diari, costruendo nel tempo un’enorme documentazione della vita a bordo della Bowdoin, dei paesaggi attraversati e delle comunità incontrate durante i viaggi.
Registrò anche canzoni e racconti in Inuktitut e continuò a occuparsi di quel patrimonio dopo la morte di Donald nel 1970, ordinando e catalogando migliaia di fotografie, diapositive e materiali raccolti nel corso delle spedizioni.
Anche il suo archivio viene però osservato con uno sguardo critico. Le fotografie e i documenti sono una fonte preziosa, ma raccontano inevitabilmente ciò che Miriam scelse di osservare e il modo in cui lo interpretò. Il museo invita quindi a chiedersi non soltanto cosa sia stato conservato, ma anche chi abbia prodotto quelle immagini, quali storie siano state registrate e quali invece siano rimaste fuori dall’inquadratura.
La sezione dedicata ai MacMillan, rinnovata in occasione del 150° anniversario della nascita di Donald, finisce così per raccontare molto più della vita di un esploratore. Tra oggetti riportati dall’Artico, fotografie, mappe e documenti, mostra quanto queste spedizioni fossero il risultato di incontri e collaborazioni molto più complessi di quanto suggeriscano i racconti tradizionali.
E tornando alla Provincetown da cui siamo partiti, il filo rimane sempre lo stesso: il mare non è mai stato soltanto il suo paesaggio. Per generazioni è stato lavoro, sostentamento e pericolo, ma anche la strada attraverso la quale partire da questa piccola estremità di Cape Cod per raggiungere luoghi lontanissimi.
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Teatro, arte e comunità LGBTQ+: l’altra anima di Provincetown
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Provincetown iniziò a cambiare volto. La luce intensa riflessa dall’acqua e dalla sabbia, le dune e la vita del porto cominciarono ad attirare pittori e scrittori, trasformando progressivamente il piccolo centro di pescatori in una delle comunità artistiche più importanti degli Stati Uniti.
Un passaggio decisivo arrivò nel 1899, quando il pittore Charles Webster Hawthorne fondò qui la Cape Cod School of Art. Ogni estate artisti e studenti raggiungevano Provincetown per lavorare all’aperto, tra il waterfront, le spiagge e le dune, contribuendo alla nascita di quella che viene considerata la più antica colonia artistica americana ancora attiva. Nel 1914 nacque anche la Provincetown Art Association, ulteriore segno di quanto l’arte fosse ormai entrata nell’identità della città.
In quegli stessi anni Provincetown stava diventando anche un rifugio per scrittori, giornalisti e intellettuali arrivati soprattutto da New York. Una figura importante fu Mary Heaton Vorse, scrittrice e giornalista che aveva scoperto Provincetown nel 1906 e aveva poi acquistato qui una casa. Intorno a lei e ad altri membri dell’avanguardia newyorkese cominciò a raccogliersi una piccola comunità bohémien nella quale si incontravano personaggi come Hutchins Hapgood, Neith Boyce, George Cram Cook, Susan Glaspell e John Reed.
Fu proprio da questo ambiente che nacque il nuovo teatro di Provincetown.


Nell’estate del 1915, un gruppo di scrittori, giornalisti e artisti cominciò a mettere in scena opere proprie. Le prime rappresentazioni avvennero il 15 luglio 1915 nella casa estiva di Hutchins Hapgood e Neith Boyce, al 621 Commercial Street, su una veranda affacciata sul porto. Quella sera vennero rappresentati Constancy, scritto da Neith Boyce, e Suppressed Desires di Susan Glaspell e George Cram Cook.
Quello che era iniziato quasi come un esperimento tra amici acquistò rapidamente una dimensione diversa. Più tardi, nello stesso 1915, il gruppo si trasferì in un vecchio edificio utilizzato per la pesca sul Lewis Wharf, di proprietà di Mary Heaton Vorse, al 571 Commercial Street. Reti e attrezzature lasciarono spazio a panche e a un piccolo palcoscenico improvvisato, mentre il porto rimaneva letteralmente a pochi metri dagli attori. Da quell’esperienza nacquero i Provincetown Players, decisi a creare un teatro libero dalle convenzioni e dagli interessi commerciali di Broadway.
L’estate successiva arrivò a Provincetown anche un giovane e allora quasi sconosciuto Eugene O’Neill. Aveva con sé alcuni dei suoi testi e trovò proprio in quel piccolo teatro sul molo il luogo disposto a metterli in scena. Il 28 luglio 1916 i Provincetown Players rappresentarono Bound East for Cardiff, l’opera con cui la carriera teatrale di O’Neill cominciò realmente a prendere forma.
E le condizioni di quella prima rappresentazione sembrano quasi parte della scenografia. Il grande portone dell’edificio era aperto verso il mare, la nebbia era entrata dal porto e in lontananza si sentivano i foghorn di Long Point e Wood End, mentre sotto il vecchio wharf l’acqua raggiungeva i pali della struttura. Era difficile immaginare un palcoscenico più adatto per una storia ambientata proprio sul mare. Una produzione minuscola, in un ex edificio per la pesca, sarebbe diventata uno degli episodi simbolo della nascita del teatro moderno americano.
O’Neill avrebbe poi conquistato quattro Pulitzer e, nel 1936, il Premio Nobel per la Letteratura. La sezione del Provincetown Museum dedicata al teatro ricorda proprio questi primi anni e il ruolo avuto dai Provincetown Players, nati quasi per gioco su una veranda e diventati nel giro di pochissimo tempo uno dei laboratori più innovativi del teatro americano.

Ma la libertà creativa che aveva attirato artisti e scrittori contribuì nel tempo a costruire anche un altro volto della città. A partire dagli anni ’20, Provincetown divenne progressivamente un luogo in cui persone LGBTQ+ potevano trovare spazi di maggiore libertà e visibilità rispetto a molte altre parti degli Stati Uniti. Artisti, scrittori e personaggi legati al mondo culturale continuarono ad arrivare qui, contribuendo a consolidare quell’immagine di città aperta che ancora oggi è una delle sue caratteristiche più riconoscibili.
Il museo racconta questo capitolo attraverso la mostra permanente An Anecdotal LGBTQ+ History of the Last Century of Provincetown, inaugurata nel 2022 e realizzata in collaborazione con The Generations Project. Non è una ricostruzione fatta soltanto di date e avvenimenti, ma soprattutto di testimonianze dirette delle persone che hanno vissuto qui nel corso dell’ultimo secolo.
Tra i materiali esposti c’è anche la serie documentaria Remnants: An Excavation of Provincetown, che attraversa momenti molto diversi della storia della comunità, compresi gli anni della crisi dell’AIDS. È una parte del museo che aiuta a capire quanto l’identità di Provincetown sia il risultato di stratificazioni continue: porto di pescatori, colonia di artisti, laboratorio teatrale e infine luogo in cui generazioni diverse hanno cercato la possibilità di vivere ed esprimersi con maggiore libertà.

Makers, Workers & Risk-Takers: la Provincetown di chi l’ha fatta vivere
Durante la nostra visita il Provincetown Museum ospitava anche Makers, Workers & Risk-Takers, il secondo capitolo del progetto A Town That Worked, dedicato a un volto molto più recente della città: quello costruito dalle persone che hanno lavorato nei ristoranti, nei bar, nei negozi, nelle guest house, nelle gallerie e nei luoghi d’incontro che hanno accompagnato la trasformazione di Provincetown in una delle destinazioni più conosciute di Cape Cod.
Dopo tante storie di esploratori, artisti e personaggi entrati nei libri, qui il racconto cambia nuovamente scala. A prendere spazio sono ristoranti, bar, guest house, gallerie, negozi e luoghi di incontro, insieme alle persone che li hanno creati e fatti vivere nel corso degli anni.
Una delle pareti che abbiamo fotografato sembra quasi una passeggiata nella Provincetown di altri tempi. Vecchie insegne di Stormy Harbor, Gifford House, The Viking, Masthead Resort, Lopes Square Variety Store, Neptune Sandwich Shoppe e altri locali e negozi che per anni hanno fatto parte del paesaggio quotidiano della città. Alcuni sono scomparsi, altri si sono trasformati, ma messi tutti insieme raccontano un volto di Provincetown che difficilmente emergerebbe attraverso le sole grandi vicende storiche.



Tra tutte spicca quella di Galadriel’s Mirror, un negozio di gioielli, conchiglie, cristalli e curiosità rimasto in attività fino al 2013. L’insegna, intagliata e dipinta con una piccola goletta in rilievo, è una delle più elaborate dell’esposizione; accanto veniva conservata anche la vecchia cassa del negozio. Ma ciò che rende interessante la mostra non sono soltanto gli oggetti: molte delle storie sono raccontate direttamente dalle persone che in quei luoghi hanno lavorato, trasformando insegne, fotografie e memorabilia in pezzi di vita vissuta.
Il curatore Sam Tager ha costruito parte dell’esposizione proprio attraverso interviste e materiali messi a disposizione dalla comunità. Il punto non era raccontare soltanto le attività diventate celebri, ma mostrare il lavoro che per decenni ha sostenuto l’economia turistica di Provincetown e le relazioni nate dietro un bancone, in una cucina o in un negozio. Un modo diverso di guardare una strada come Commercial Street.
Tra le storie raccolte compaiono anche Spiritus Pizza, aperta da John Yingling nel 1971, Shop Therapy, Napi’s e Café Edwige. Per Napi’s, ad esempio, il museo ha ricreato parte dell’atmosfera del ristorante attraverso oggetti originali, mentre le testimonianze di chi ha lavorato nei locali mostrano un aspetto meno visibile della Provincetown estiva: quello delle lunghe giornate, del lavoro stagionale e delle persone che tornavano anno dopo anno contribuendo a creare il carattere dei luoghi.
La mostra manteneva inoltre alcuni elementi del capitolo precedente di A Town That Worked, After the Storm, dedicato al Portland Gale del 1898 e alla trasformazione economica che seguì la devastazione del waterfront e della flotta da pesca. Il passaggio non è casuale: proprio mentre l’economia legata al mare entrava in crisi, Provincetown iniziava progressivamente a reinventarsi attraverso turismo, arte e nuove attività.
Provincetown continua a vivere grazie alle persone che ogni stagione la fanno funzionare. Non soltanto i personaggi diventati famosi, ma chi spesso rimange fuori dalle grandi narrazioni storiche.

Informazioni pratiche per visitare Pilgrim Monument e Provincetown Museum
Il Pilgrim Monument and Provincetown Museum si trova a 1 High Pole Hill Road, sulla collina che domina il centro di Provincetown. Si può raggiungere direttamente in auto oppure a piedi dal centro utilizzando il Bradford Street Inclined Elevator, il cui ingresso inferiore si trova su Bradford Street, vicino al Bas Relief Park.
Il biglietto è unico e comprende la visita al Provincetown Museum, l’accesso al Pilgrim Monument e l’utilizzo del Bradford Street Inclined Elevator. Il costo attuale del biglietto è di 23 $ per adulto (ultimo aggiornamento settembre 2026)
È importante sapere che non esiste un biglietto separato per utilizzare soltanto l’Inclined Elevator. La corsa è inclusa nell’ingresso giornaliero al Pilgrim Monument and Provincetown Museum e non comporta alcun supplemento. Chi arriva dal centro può acquistare il biglietto direttamente al chiosco situato accanto alla stazione inferiore dell’ascensore; i membri del PMPM possono invece accedere mostrando la propria membership card.
Gli orari cambiano durante l’anno, quindi prima della visita conviene sempre controllare il sito ufficiale. In alta stagione è solitamente aperto dalle 10:00 alle 18:00, ultimo biglietto ore 17:00, ultima salita al Pilgrim Monument 17:15. Ultima corsa dell’ascensore, che segue gli stessi giorni e orari di apertura del museo ore 17:45.
Per vedere senza fretta sia il Pilgrim Monument che il Provincetown Museum, fermarsi nelle diverse sezioni e avere il tempo di godersi il panorama dalla cima, metterei in conto almeno un paio d’ore piene. Se ti interessa approfondire il museo, soffermarti sulle mostre e anche scendere a visitare Provincetown, vale la pena considerare almeno una mezza giornata o se il tempo te lo permette, un giorno pieno.

Come arrivare
Il Pilgrim Monument e Provincetown Museum si trovano a 1 High Pole Hill Road, sulla collina che domina il centro di Provincetown. In auto, dal centro basta raggiungere Bradford Street, imboccare Winslow Street e proseguire fino all’ingresso del complesso.
Chi si trova già in centro può invece raggiungere a piedi la stazione inferiore del Bradford Street Inclined Elevator, accanto al Bas Relief Park. L’ascensore collega direttamente Bradford Street con High Pole Hill e il suo utilizzo è compreso nel biglietto del Pilgrim Monument and Provincetown Museum: non esiste un biglietto separato per la sola corsa.
Il sito ufficiale indica la presenza di un ticket kiosk accanto stazione inferiore dell’ascensore e specifica che il biglietto giornaliero può essere acquistato anche qui. Tuttavia, durante la nostra visita non lo abbiamo visto e la ragazza che controllava i biglietti ci ha detto che non si poteva acquistare da Bradford Street.
Per questo, se pensi di utilizzare l’Inclined Elevator dal centro, non farei affidamento solo questa soluzione. Se hai già visitato il museo, tieni il biglietto per poter risalire senza problemi.
Il complesso dispone inoltre di un proprio parcheggio su High Pole Hill a tariffa giornaliera di circa 20–25 $. Dato che i costi possono variare in base alla stagione, ti suggerisco di verificare sempre il sito ufficiale prima della partenza.
