Ci sono case che si visitano per la loro bellezza, altre per la loro storia e poi ce ne sono alcune nelle quali basta varcare la soglia per avere la sensazione che ciò che accadde tra quelle mura non se ne sia mai andato davvero.
Al 230 di Second Street, a Fall River, nel Massachusetts, il tempo sembra essersi fermato alla mattina del 4 agosto 1892. E’ qui che Andrew e Abby Borden vennero brutalmente assassinati a colpi d’ascia. E’ qui che i sospetti si concentrarono sulla figlia di Andrew, Lizzie Borden. Ed è qui che, più di centotrent’anni dopo, siamo entrati anche noi.
Camminare nella Lizzie Borden House significa attraversare luoghi entrati ormai nella storia del crimine americano: il salotto dove venne trovato il corpo di Andrew, la camera al piano superiore dove fu uccisa Abby, la cucina, le scale, i corridoi. Non una ricostruzione museale realizzata altrove, ma la vera abitazione, nello stesso luogo in cui tutto accadde.
Da allora, ciò che avvenne quella mattina è rimasto sospeso in uno spazio ambiguo tra cronaca, mistero e leggenda, trasformando una donna realmente esistita in una delle figure più riconoscibili del folklore criminale americano. Al termine di uno dei processi più seguiti dell’epoca, Lizzie Borden venne assolta e nessuno fu mai condannato per quegli omicidi.
Ora questa storia sta per essere raccontata ancora una volta: il 17 settembre 2026 Netflix porterà Lizzie Borden nell’universo di Monster per il suo quarto capitolo: intitolato Monster: La storia di Lizzie Borden. Ma prima di vedere la Fall River ricostruita per la televisione, noi abbiamo voluto visitare quella reale.
Questa è la cronaca di quello che abbiamo trovato all’interno e per comprenderlo davvero bisogna andare oltre ciò che il cinema e le numerose trasposizione del caso ci hanno raccontato. Perché dietro la celebre filastrocca, l’accetta e l’immagine della presunta assassina, si nasconde una vicenda molto più complessa: quella di Lizzie Borden, della sua famiglia e della società nella quale vissero.
Seguendo le tracce di Lizzie a Fall River, abbiamo raggiunto Maplecroft, la grande casa in collina dove andò a vivere dopo il processo, fino all’Oak Grove Cemetery, dove oggi riposa insieme alla sua famiglia.


Lizzie Borden House a Fall River
Quando il carpentiere e costruttore di Fall River Southard H. Miller costruì la casa per Charles Trafton, di certo non si aspettava che diventasse famosa per un fatto tanto macabro. Nel 1845 la dimora si trovava al 66 di Second Street che nel 1875 divenne 92 Second Street e poi, in seguito a una nuova numerazione cittadina, l’attuale 230 Second Street.
Un dettaglio particolarmente curioso riguarda Andrew Borden: prima di diventare il ricco uomo d’affari che conosciamo, aveva lavorato proprio come carpentiere alle dipendenze di Miller. Durante la nostra visita ci è stato raccontato dalla guida, che Andrew, quasi trent’anni prima, avrebbe partecipato anche alla costruzione di questa stessa casa, dove poi trovò la morte.
Il 30 aprile 1872, Andrew la acquistò da Trafton insieme a circa 30 rods di terreno sul lato orientale, pagando 10.000 dollari e la fece trasformare da abitazione bifamiliare in casa per la propria famiglia.
Perché Andrew scelse proprio lei? Era già un uomo d’affari in ascesa e avrebbe potuto ambire a una proprietà più prestigiosa nel quartiere elegante The Hill. Scelse invece Second Street, in una zona molto più commerciale e densamente costruita, perché era estremamente vicina alle sue attività: Main Street era appena un isolato più in là.
L’organizzazione interna della casa era stranissima per una famiglia così ricca e la distribuzione degli ambienti era molto diversa dalle eleganti dimore dei ricchi di Fall River: non c’erano impianti idraulici interni (tranne un singolo rubinetto di acqua fredda in cucina e una toilette nel seminterrato), la moderna ventilazione e niente illuminazione a gas. Andrew aveva uno stile di vita estremamente parsimonioso, nonostante il suo status.

La storia di Lizzie Borden House
Siamo stati accolti da Larry, la nostra guida, che con un’ascia insanguinata in mano ha aperto la porta di Lizzie Borden House e ci ha catapultati nel 1892, nel giorno in cui tutto avvenne.
Oggi la casa appare esattamente come era allora. L’arredamento conserva la sua collocazione originaria, la tappezzeria è stata meticolosamente replicata, e le porte e i serramenti originali sono ancora intatti. Reperti del caso giudiziario sono esposti al pubblico, mentre cimeli dell’epoca decorano mensole e caminetti.
Una delle caratteristiche più affascinanti che si nota subito durante la visita è che si tratta di una tipica abitazione in stile chamber-style, senza corridoi al piano superiore. Le stanze comunicano direttamente tra loro e, per raggiungere quella successiva, era necessario attraversare la precedente. Una disposizione che rendeva la privacy particolarmente importante: per questo, numerose porte venivano abitualmente chiuse a chiave, separando le diverse zone della casa.
Un particolare apparentemente secondario, che avrebbe invece assunto un ruolo importante nella ricostruzione degli omicidi: capire quali stanze comunicassero tra loro, quali porte fossero chiuse e quali percorsi fosse possibile compiere al suo interno, avrebbe contribuito a ricostruire i movimenti di chi si trovava nell’edificio quella mattina.
L’Historical Society possiede i blueprint originali utilizzati durante il processo, con la pianta del piano terra, del piano superiore e di tutta la proprietà. Grazie a questi documenti è stato possibile ricostruire gran parte dei movimenti.



Dentro la Lizzie Borden House: com’è fatta la casa degli omicidi
L’ingresso e la sala da pranzo
Il percorso nella residenza si apre nell’ingresso principale e nel Front Parlor (il salotto anteriore), l’ambiente formale in cui la famiglia accoglieva i rarissimi ospiti. Fu proprio qui che, nei giorni successivi al 4 agosto 1892, vennero allestite le bare aperte di Andrew e Abby per la veglia funebre, e sempre in questo spazio che Lizzie apprese di essere la principale indagata.
Larry ci ha inviatati a sederci, a osservare ed immergerci nella cupa atmosfera della dimora per entrare ancora di più nei racconti di ciò che avvenne e che ancora oggi sono fonte di interesse e dibattito. Non so dire esattamente cos’ho provato entrando ma una strana sensazione di curiosità e timore mi ha accompagnata per tutto il tempo.
Muovendosi verso la cucina, è quasi inevitabile immaginare Bridget Sullivan intenta a preparare i pasti o Lizzie seduta lì nelle prime ore di quella mattina. Gli ambienti sembrano ancora raccontare la quotidianità della famigli Borden, ed è forse proprio questo contrasto a rendere ciò che avvenne poche ore dopo ancora più difficile da ignorare.
Dalla cucina si passa alla sala da pranzo e qui la quotidianità lascia improvvisamente spazio alla parte più macabra della storia. Per un crudele scherzo del destino — e per l’assenza dei protocolli investigativi e medico-legali che oggi daremmo per scontati — proprio il tavolo sul quale la famiglia consumava i propri pasti venne utilizzato per eseguire l’autopsia sul corpo martoriato di Andrew Borden.
A rendere ancora più forte la sensazione di trovarsi dentro quella storia sono i dettagli che sono sopravvissuti al tempo. Molti battenti, maniglie, cardini in ferro e vetri delle finestre sono ancora quelli originali del 1892. Non sono semplicemente oggetti esposti dietro una teca: sono ancora parte della casa. E poterli osservare da vicino, persino toccarli, restituisce una sensazione tangibile di vicinanza agli eventi di quella mattina.

Il Sitting room e il divano col corpo di Andrew
L’area giorno è dominata dal sitting room, la stanza in cui Andrew Borden si distese per riposare la mattina del 4 agosto. Il divano che vediamo oggi è una ricostruzione, collocata esattamente nello stesso punto in cui il suo corpo venne ritrovato senza vita.
Dal vivo, la stanza sorprende soprattutto per le sue dimensioni: è più piccola e cupa di quanto immaginassi. E solo muovendosi attraverso la casa ci si rende conto di quanto tutto fosse vicino: la cucina, le porte, i passaggi e quel divano sul quale, nel giro di pochi istanti, si sarebbe consumata la seconda parte della tragedia.
Ma per ricostruire quella mattina bisogna salire al piano superiore. Perché quando Andrew si sdraiò su quel divano, Abby Borden era già morta.

John V. Morse Suite: la stanza dove fu uccisa Abby Borden
Al secondo piano si trova uno dei luoghi centrali dell’intera vicenda e, oggi, anche una delle stanze più ambite da chi decide di pernottare nella casa. La guest room, oggi conosciuta come John V. Morse Suite, è infatti la camera in cui Abby Borden venne assassinata mentre stava rifacendo il letto.
Entrandovi, un particolare della disposizione della stanza aiuta a comprendere uno degli aspetti più inquietanti di quella mattina. Il letto e la massiccia cassettiera creavano un angolo cieco rispetto alla porta e al piccolo pianerottolo: il corpo di Abby, caduto sul pavimento dall’altro lato del letto, non era immediatamente visibile a chi passava davanti alla stanza.
È così che, per oltre un’ora, il suo corpo rimase al piano superiore senza essere scoperto, mentre al piano di sotto la vita della casa continuava.
Trovarsi davanti alla ricostruzione del corpo di Abby riverso sul pavimento fa un certo effetto. Essere nel luogo in cui tutto avvenne, rende la storia improvvisamente reale. E mentre ero li mi sono chiesta se avrei avuto il coraggio di passarci una notte. Probabilmente si … ma non sono sicura che avrei chiuso entrambi gli occhi.


Lizzie & Emma Suite: le camere delle sorelle Borden
Lasciata la stanza degli ospiti, bastano pochi passi per entrare negli spazi più privati della famiglia Borden. Accanto si trovano infatti le camere di Lizzie ed Emma, oggi riunite nella Lizzie & Emma Suite.
La camera di Lizzie, subito a destra arrivando sul pianerottolo, era originariamente collegata direttamente alla stanza di Andrew e Abby da una porta. Ma quella comunicazione tra gli ambienti racconta anche qualcosa dei rapporti all’interno della famiglia: in un clima segnato da forti tensioni, legate soprattutto alle proprietà di Andrew e al rapporto delle sorelle con Abby, quella porta era stata chiusa e bloccata con dei mobili, separando di fatto le due parti della casa.
Anche la camera di Emma era adiacente e comunicante con quella della sorella. Quel 4 agosto, però, Emma non era in casa: si trovava a Fairhaven e sarebbe rientrata soltanto dopo aver appreso del duplice omicidio.



La stanza di Bridget Sullivan e le camere della mansarda
Salendo al terzo piano si raggiungono gli spazi che nel 1892 erano destinati in gran parte al deposito e alla servitù. Qui si trovava la camera di Bridget Sullivan, la domestica dei Borden, conosciuta in famiglia come “Maggie” e, insieme a Lizzie, una delle sole due persone presenti nella casa quando Andrew e Abby vennero assassinati.
Oggi anche questo piano è entrato a far parte dell’esperienza del B&B. La Bridget Sullivan Room conserva il legame più diretto con la casa originale, mentre altri ambienti della vecchia mansarda, un tempo utilizzati principalmente come deposito, sono stati trasformati in camere per gli ospiti e dedicati a due figure contrapposte del processo: Andrew Jennings, avvocato della difesa di Lizzie, e Hosea Knowlton, procuratore dell’accusa.
La scelta del nome Andrew Jennings Room non è casuale. Dopo il processo Jennings conservò una straordinaria raccolta di documenti, fotografie, reperti ed elementi di prova relativi al caso, rimasta per decenni nella sua famiglia e oggi nota come Hip Bath Collection, una delle più importanti collezioni esistenti sul caso Borden.
Sullo stesso piano, la Hosea Knowlton Room porta invece il nome dell’uomo che si trovò dall’altra parte dell’aula: il District Attorney che guidò l’accusa contro Lizzie durante il processo.
Tra gli elementi originali sopravvissuti al tempo c’è anche una vecchia botola, ancora presente lungo il passaggio dal terzo piano e visibile da vicino durante la visita: un altro piccolo frammento della casa del 1892 rimasto al suo posto fino a oggi.



Il seminterrato di Lizzie Borden House (The Cellar)
Se la mansarda conserva la memoria delle persone che vissero nella casa e di quelle che si affrontarono in tribunale, il seminterrato riporta direttamente all’indagine. Fu qui che, dopo gli omicidi, la polizia cercò asce e accette: Bridget accompagnò gli agenti nel cellar e indicò loro il luogo in cui erano conservate. Tra gli oggetti rinvenuti comparve anche la celebre testa d’accetta priva di manico, destinata a diventare uno dei reperti più discussi dell’intero processo.
Quell’accetta non venne mai dimostrata con certezza essere l’arma del delitto. Il reperto originale è oggi conservato dalla Fall River Historical Society, proprio all’interno della Hip Bath Collection di Andrew Jennings.
Dal terzo piano fino al seminterrato, ogni ambiente finisce così per ricondurre alla stessa mattina. E, muovendosi attraverso la casa, la distanza tra ciò che appartiene alla storia e ciò che si ha davanti agli occhi sembra diventare sempre più sottile.
Ps. nel pavimento del seminterrato si possono vedere ancora oggi le impronte dell’ultimo gatto che ha vissuto nella dimora, che è passato sul pavimento, quando ancora si stava asciugando.



Informazioni pratiche per visitare Lizzie Borden House
Lizzie Borden House non è soltanto un’attrazione visitabile ma anche un bed & breakfast, dove è possibile pernottare nelle stanze di Lizzie, Emma, Andrew, Abby, Bridget Sullivan o nella John V. Morse Room, la camera degli ospiti nella quale fu trovato il corpo senza vita di Abby.
Se stai pianificando una visita la struttura offre diverse esperienze e tour pensati per esplorare la sua cupa storia, sia di giorno che di notte.
- Tour della Casa (House Tour) Durata: 90 minuti | È l’unico che permette di esplorare tutte le stanze ed è incentrato sulla storia della famiglia e su come si sono svolti gli omicidi, senza tralasciare le storie inquietanti di infestazioni raccontate da chi vi ha soggiornato. Il costo è di circa 30$. N.B: il seminterrato è riservato ai tour serali e non è compreso in questa opzione.
- Tour dei Fantasmi (Lizzie Borden Ghost Tours) Durata: 90 minuti | Si tratta di un tour serale a piedi all’aperto che si concentra sulla storia e sui misteri paranormali di Fall River. Oltre che sulla storia della casa di Lizzie Borden, tocca altri luoghi infestati della città.
- Caccia ai Fantasmi (Ghost Hunt) Durata: 2 ore | Un’esperienza per chi vuole cimentarsi in una vera indagine paranormale all’interno della casa.
- Tour del Cimitero di Oak Grove (Oak Grove Cemetery Tour) Durata: 1 ora | Tour guidato dedicato al celebre cimitero di Oak Grove, dove riposa la famiglia Borden.
- “Spilling the Tea” con Lizzie Borden: Un Tea Party Vittoriano Durata: 90 minuti | Un’esperienza originale che permette di varcare la soglia della casa per partecipare a un tè pomeridiano in stile vittoriano.
- Caccia ai Fantasmi Notturna non Guidata nel Seminterrato (Overnight Basement Unguided Ghost Hunt) Durata: 8 ore | Dedicata agli appassionati più estremi del paranormale, consente di trascorrere l’intera notte nel seminterrato della casa. Si ha accesso libero all’attrezzatura e alla totale autonomia per condurre la propria indagine al proprio ritmo.
NB. Tour e prezzi possono variare in base alla stagione e alla disponibilità, ti suggerisco sempre di verificare il sito ufficiale prima di prenotare.

Fantasmi e fenomeni paranormali dentro Lizzie Borden House
Lizzie Borden House è davvero la casa più infestata d’America? A più di 133 anni dagli omicidi di Andrew e Abby Borden, ospiti, membri dello staff e cacciatori di fantasmi continuano a raccontare di incontri agghiaccianti e esperienze insolite all’interno dell’abitazione di Fall River. Tra passi e rumori inspiegabili, la storia e l’atmosfera della casa ne hanno fatto uno dei luoghi più conosciuti dagli appassionati del paranormale.
Si racconta che la Lizzie & Emma Suite sia tra le zone più attive della casa, con testimonianze che parlando di figure d’ombra, suoni spettrali e persino della sensazione di mani invisibili che stringono il collo.
La Andrew & Abby Suite e la John V. Morse Suite sono associate invece a racconti decisamente meno inquietanti: alcuni ospiti sostengono di aver ricevuto carezze o l sensazione di qualcuno intento a rimboccare loro le lenzuola; altri ancora di improvvisi sbalzi di temperatura o di coperte tirate via nel cuore della notte.
In mostra nella stanza di Andrew e Abby c’è un biglietto lasciato da un visitatore: “Cara famiglia Borden, vi ho fatto visita qualche settimana fa, verso la fine di maggio. Mi è piaciuto moltissimo il tour. La casa è bellissima e tenuta davvero molto bene. Non avevo con me il portafoglio, quindi non avevo nulla da lasciare come offerta. Da quando sono tornata a casa, tutto ciò che poteva andare storto è andato storto. Per favore accettate le monete qui sotto come offerta per gli spiriti. Le mie scuse. Per favore perdonatemi“.
Inutile dire che per scaramanzia, dopo averlo letto, abbiamo lasciato qualcosa anche noi per stare tranquilli.

Salendo in soffitta, nella zona della stanza di Bridget Sullivan e delle camere dedicate agli avvocati, l’atmosfera cambia: qui riecheggiano le risate di misteriosi bambini, giocattoli che sembrerebbero muoversi da soli e persino una sedia a dondolo vista oscillare senza che nessuno la toccasse.
Larry ci ha raccontato un episodio che contribuisce ad accrescerne la leggenda. Un ospite che aveva prenotato una delle camere del piano, non arrivò al mattino e lasciò la casa nel cuore della notte, terrorizzato da rumori e risate. Per chi invece decidesse di restare fino all’alba, pare esista un piccolo trucco: portare un giocattolo in dono ai bambini. Dovrebbe bastare a tenerli tranquilli e, magari, a lasciarvi dormire.
Infine c’è il seminterrato che rappresenta il punto più cupo e ostile della dimora, un vero e proprio hotspot di tensioni in cui guide e ospiti hanno riferito di spintoni, strattoni e inquietanti voci maschili registrate tramite EVP.
E come se la storia dalla famiglia Borden non fosse già abbastanza oscura, esiste un episodio avvenuto molti anni prima degli omicidi del 1892. La zia di Lizzie, Eliza Borden, uccise due dei suoi tre figli prima di togliersi la vita proprio nella casa accanto. Coincidenze, suggestioni alimentate dalla storia del luogo o qualcosa di diverso? Ognuno è libero di scegliere la propria risposta.

Chi era Lizzie Borden prima degli omicidi: quello che conosciamo meno
Quando si pronuncia il nome di Lizzie Borden, il pensiero corre inevitabilmente agli omicidi di Fall River e alla celebre filastrocca dell’accetta: “Lizzie Borden took an axe, And gave her mother forty whacks;
When she saw what she had done, She gave her father forty-one“.
Prima di quella mattina dell’agosto 1892, però, Lizzie Borden era una donna di quasi 32 anni, appartenente a una delle famiglie economicamente più agiate della città e con una vita molto meno oscura di quanto la leggenda abbia lasciato immaginare.
Il suo nome completo era Lizzie Andrew Borden: “Lizzie” non era il diminutivo di Elizabeth, ma il nome con cui era stata battezzata. Nacque a Fall River il 19 luglio 1860, figlia di Andrew Jackson Borden e Sarah Anthony Morse. Sua madre morì quando aveva appena due anni e mezzo e nel 1865 Andrew sposò Abby Durfee Gray, che sarebbe rimasta nella famiglia per quasi ventisette anni prima di trovarvi la morte.
In casa viveva anche la sorella maggiore Emma Lenora Borden, di circa nove anni più grande di Lizzie. Alice Esther, la terza sorella, morì ancora bambina. Al momento dei delitti Emma e Lizzie erano entrambe adulte, non sposate e continuavano a vivere nella casa paterna di Second Street.
A completare il nucleo c’era Bridget Sullivan, giovane immigrata irlandese che lavorava presso i Borden come domestica e si occupava principalmente di cucina, pulizie, bucato e stiratura. Curiosamente, le sorelle Borden non la chiamavano Bridget, ma “Maggie”, come lei stessa raccontò durante il processo.
Andrew Borden era dunque l’unico uomo che viveva stabilmente nella casa. John Vinnicum Morse, lo zio materno di Lizzie ed Emma, che avrebbe avuto un ruolo importante nella ricostruzione delle ore precedenti agli omicidi, non abitava con loro: era arrivato in visita il giorno precedente e aveva trascorso la notte nella guest room del secondo piano.
Dell’infanzia e adolescenza di Lizzie Borden conosciamo meno di quanto si potrebbe pensare. Una delle testimonianze più interessanti è conservata dalla Fall River Historical Society e sono i diari di Louisa Holmes Stillwell, amica d’infanzia di Lizzie. Queste pagine contengono riferimenti alla giovane Borden risalenti al 1873-77. e sono preziosi perché appartengono a un periodo molto precedente agli omicidi, quando nessuno aveva ancora motivo di osservare o giudicare ogni comportamento di Lizzie alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo.


Lizzie Borden e il suo amore per gli animali
C’è però un aspetto della personalità di Lizzie che ci ha particolarmente colpito durante la visita e che difficilmente emerge dalla rappresentazione popolare costruita intorno al suo nome: il suo profondo amore per gli animali.
Lizzie Borden nel corso della sua vita ebbe cani, canarini e gatti: inoltre amava i cavalli e si prendeva cura di uccelli e scoiattoli. Distribuiva semi, briciole e altro cibo agli animali che si avvicinavano alla sua proprietà.
Amava profondamente i Boston Bull Terrier, antenati dell’attuale Boston Terrier. Tre dei suoi cani si chiamavano Donald Stuart, Royal Nelson e Laddie Miller e ci hanno detto che dopo la loro morte, furono sepolti al Pine Ridge Pet Cemetery di Dedham, in Massachusetts, sotto una lapide con la delicata iscrizione “Sleeping Awhile”.
Questo interesse non rimase una questione privata. Nel 1913, l’amica Helen Leighton e l’insegnante Gertrude Baker discussero con Lizzie del progetto di creare un’organizzazione che si occupasse soprattutto dei cavalli da tiro maltrattati e sfruttati. Lizzie aderì e contribuì alla realizzazione di un ricovero.
Il suo impegno continuò fino alla sua morte. Nel testamento lasciò all’Animal Rescue League di Fall River 30.000 dollari e le sue azioni della Stevens Manufacturing Company, una somma enorme per l’epoca. Spiegò personalmente la ragione del lascito con poche parole: aveva sempre amato gli animali, il loro bisogno era grande e troppe poche persone si occupavano di loro. Anche Emma condivideva questo interesse e destinò a sua volta una consistente somma alla League.
Questo lato della sua personalità rende ancora più interessante la figura di Lizzie Borden. La donna passata alla storia attraverso un’accetta e un duplice omicidio irrisolto, che dedicò una parte importante della propria vita e del proprio patrimonio alla protezione degli animali.
E c’è un dettaglio che assume un significato particolare proprio alla luce di questa passione: nel 1892 Lizzie teneva dei piccioni nel fienile della casa di Second Street. La sorte di quegli animali brutalmente uccisi da Andrew Borden, entreranno direttamente a far parte della storia e nelle tensioni tra padre e figlia.

La vita religiosa e sociale di Lizzie Borden a Fall River
L’immagine popolare di Lizzie Borden come donna solitaria e isolata dalla società, non corrisponde del tutto al vero. A 25 anni entrò a far parte della Central Congregational Church – una delle istituzioni religiose più importanti della città – partecipando attivamente alla vita della comunità.
Le testimonianze dell’epoca ricordano il suo coinvolgimento nelle attività assistenziali e nella raccolta di aiuti destinati ai meno fortunati. Tuttavia, questo attivismo, poteva anche servirle per consolidare la sua posizione nell’élite della città, che la casa al 92 di Second Street (situata in un quartiere ormai industriale e popolato da immigrati) costantemente sminuiva.
Lizzie aveva diverse amicizie consolidate, tra cui Louisa Holmes Stillwell e Anne Hawthorne Sheen Lindsey, alla quale scrisse anche durante il periodo trascorso in carcere in attesa del processo.

Il viaggio di Lizzie Borden in Europa
Tra gli episodi meno conosciuti della vita di Lizzie Borden ce n’è uno particolarmente curioso per chi, come noi, ama ricostruire i viaggi attraverso i luoghi e le testimonianze lasciate da chi li ha compiuti. Nel 1890, appena due anni prima degli omicidi, Lizzie partì per un lungo viaggio in Europa insieme a un gruppo di giovani donne benestanti della zona e accompagnate da uno chaperon.
Il viaggio durò circa quattro mesi. Lizzie lasciò Boston nel giugno del 1890 a bordo di una nave diretta a Liverpool e fece ritorno negli Stati Uniti all’inizio di novembre. Non conosciamo con certezza ogni tappa del suo itinerario, ma sappiamo che il viaggio toccò diversi Paesi europei, tra cui: Inghilterra, Scozia, Francia, Belgio, Germania e Italia.
A rendere questa storia ancora più interessante è la guida turistica personale utilizzata da Lizzie durante il viaggio e conservata alla Fall River Historical Society. Si tratta di una copia di The Index Guide to Travel and Art-Study in Europe; dove compare la firma e diverse sue annotazioni scritte durante il viaggio.
Prima che il suo nome diventasse uno dei più conosciuti della storia criminale americana, Lizzie Borden viaggiava attraverso l’Europa con una guida in mano, prendeva appunti sui luoghi visitati e annotava ciò che trovava lungo il percorso.
Tra le note ce n’è una relativa a Dresda, dove Lizzie avrebbe voluto visitare le celebri Volte Verdi del palazzo reale. Accanto alla descrizione annotò semplicemente che erano “Closed for 6 mos” – chiuse per sei mesi.
Una volta tornata a Fall River utilizzò fotografie e souvenir per realizzare alcuni album dedicati alla sua esperienza europea. Tra le tante compare anche Roma e in una delle pagine sulla Fontana di Trevi, riportò la tradizione secondo cui chi beveva alla fontana prima di lasciare la città sarebbe un giorno tornato a Roma.

La famiglia Borden prima degli omicidi: tensioni ed eredità
Dietro l’apparentemente normalità della famiglia Borden, però, si erano accumulate tensioni ben più profonde.
Andrew Borden aveva accumulato un patrimonio considerevole grazie agli investimenti immobiliari, bancari e industriali, ma continuava a condurre una vita parsimoniosa. La casa di Second Street era molto lontana dalle grandi residenze del quartiere The Hill, dove vivevano alcune delle famiglie più facoltose di Fall River e dove Lizzie ed Emma avevano parte delle loro conoscenze.
Le due sorelle aspiravano ad uno stile di vita più vicino a quello dell’ambiente sociale, ma il vero punto di rottura, non sembra essere stato soltanto questo. Nel 1887, una questione di proprietà fece emergere malumori che covavano da tempo.
Quell’anno la matrigna di Abby, decise di vendere la propria metà della casa di famiglia al 45 di Fourth Street. Nell’altra metà continuava a vivere Sarah Bertha “Bertie” Whitehead, sorellastra di Abby, insieme al marito e ai figli. Su richiesta della moglie, Andrew intervenne nell’operazione e la quota della proprietà venne acquistata e intestata ad Abby, permettendo di fatto alla famiglia Whitehead di continuare a vivere nella casa.
Emma e Lizzie reagirono male. Dal loro punto di vista, i parenti di Abby stavano cominciando a beneficiare del patrimonio costruito da Andrew e temevano che altri beni potessero seguire la stessa strada. La questione non riguardava quindi soltanto il denaro, ma anche il futuro dell’eredità e gli equilibri tra i due rami della famiglia.
Andrew cercò di compensare le figlie. Nell’ottobre del 1887 trasferì a Emma e Lizzie la vecchia proprietà dei Borden in Ferry Street, la casa legata alla famiglia paterna e nella quale Lizzie era nata. Le sorelle poterono affittarla e percepirne i redditi, ma il gesto non bastò a ricomporre le fratture.
Pochissime settimane prima degli omicidi, nel luglio del 1892, la proprietà di Ferry Street tornò ad Andrew, che versò alle figlie 5.000 dollari. A ridosso del delitto, dunque, padre e figlie erano ancora coinvolti direttamente in operazioni patrimoniali.

Anche il rapporto con Abby si era progressivamente deteriorato. Lizzie aveva smesso da tempo di chiamarla “mother” e si riferiva a lei come “Mrs. Borden”. Durante l’inchiesta spiegò inoltre che, per tutte le questioni importanti, preferiva confidarsi con Emma, che dopo la morte della loro madre biologica si era occupata di lei.
Questo, però, non significa che i rapporti fossero completamente interrotti. Bridget Sullivan testimoniò che, pur non condividevano sempre i pasti con Andrew e Abby, le sorelle mangiavano talvolta con loro nella stessa sala da pranzo e che, quando Abby si rivolgeva a Lizzie, lei le rispondeva normalmente. Il clima in casa era quindi teso, ma la quotidianità familiare continuava.
A rendere ancora più particolare la vita al 92 di Second Street contribuiva la continua attenzione alla sicurezza. Nel 1891 la casa era già stata derubata in pieno giorno, mentre alcuni membri della famiglia si trovavano all’interno. Non sorprende quindi che molte porte, sia esterne sia interne, venissero abitualmente tenute chiuse. Una consuetudine che, dopo gli omicidi, avrebbe assunto un’importanza ben diversa nella ricostruzione dei movimenti all’interno dell’abitazione.

I piccioni di Lizzie Borden e gli strani eventi prima degli omicidi
Tra gli episodi familiari diventati più famosi c’è quello dei piccioni che Lizzie teneva nel fienile. Secondo la versione entrata nella leggenda del caso, Andrew li avrebbe uccisi decapitandoli con un’accetta, scatenando la rabbia della figlia. Un episodio che, raccontato alla luce di ciò che sarebbe accaduto poche settimane dopo, sembra quasi una sinistra anticipazione degli omicidi.
Le testimonianze dell’epoca restituiscono però una storia meno definita. Durante l’inchiesta Lizzie confermò che il padre aveva ucciso i piccioni, ma dichiarò di non sapere come avesse fatto e di aver pensato che avesse tirato loro il collo. Alcuni degli animali erano effettivamente senza testa, ma nemmeno lei seppe dire se fossero stati decapitati.
Sappiamo inoltre che, nelle settimane precedenti, qualcuno si era introdotto più volte nel fienile e che Alice Russell aveva ipotizzato che l’obiettivo fossero proprio i piccioni. Che Andrew li abbia eliminati per questo motivo è una delle spiegazioni date all’episodio, ma non sappiamo con certezza quali fossero le sue intenzioni.
Ancora meno certa è la celebre reazione di Lizzie Borden: non esistono prove solide che la morte dei piccioni avesse provocato quella furia nei confronti del padre che sarebbe poi entrata nella leggenda del caso Borden.

Le ultime settimane prima degli omicidi furono insolitamente movimentate. Emma lasciò Fall River per trascorrere del tempo a Fairhaven, dove si trovava ancora il 4 agosto, mentre Lizzie soggiornò per alcuni giorni fuori città, tra New Bedford e Marion, prima di fare ritorno.
Poco tempo prima degli omicidi accadde poi qualcosa di ancora più inquietante. Andrew e Abby furono colpiti da un violento malessere gastrointestinale e Abby arrivò a temere che qualcuno stesse tentando di avvelenarli. Si rivolse al medico di famiglia, il dottor Seabury Bowen, che tuttavia non condivise i suoi sospetti e ritenne più probabile una causa alimentare.
Il timore dell’avvelenamento non rimase soltanto una preoccupazione di Abby. La sera del 3 agosto Lizzie ne parlò con l’amica Alice Russell, raccontandole che erano stati male tutti tranne Bridget e arrivando a chiedersi se il latte lasciato ogni mattina davanti all’abitazione potesse essere stato manomesso.
Ma quella stessa sera Lizzie confidò ad Alice qualcosa di ancora più inquietante: disse di sentirsi depressa, come se qualcosa incombesse su di lei e non riuscisse a liberarsene. Parlò dei problemi del padre, del timore che si fosse fatto dei nemici e della paura che potessero fargli del male. Arrivò persino a dire che avrebbe voluto dormire con un occhio aperto, temendo che la casa potesse essere incendiata.
La mattina seguente, Andrew e Abby Borden sarebbero stati trovati assassinati all’interno di quelle stesse mura.
E’ ovvio che queste tensioni non dimostrano che Lizzie avesse un movente sufficiente per uccidere, ma spiegano perché, quando gli investigatori cominciarono a scavare nella vita apparentemente rispettabile dei Borden, il quadro familiare che emerse fosse molto più complicato di quanto si potesse immaginare.

4 agosto 1892: gli omicidi di Andrew e Abby Borden
Al numero 92 di Second Street, la mattina del 4 agosto 1892 iniziò con la quiete ingannevole di una qualsiasi altra estate nel Massachusetts. Nel giro di poche ore, quella normalità si sarebbe sgretolata per lasciare spazio a uno dei casi di cronaca nera più celebri d’americana che avrebbe reso per sempre famoso il nome di Lizzie Borden.
Due persone vennero massacrate sotto lo steso tetto, a distanza di qualche ora l’una dall’altra, senza che alcuno vedesse un intruso entrare o fuggire. Fu proprio questa precisa scansione temporale a trasformare il duplice delitto in un enigma.
Chi si trovava nella casa dei Borden
La notte precedente, la struttura aveva ospitato Andrew e Abby Borden, la figlia Lizzie, la domestica Bridget Sullivan e John Vinnicum Morse – fratello della defunta consorte del capofamiglia arrivato in visita il giorno prima. Emma, l’altra sorella, si trovava fuori città.
La giornata si aprì intorno alle 6:30 con una colazione a base di montone, brodo, johnny cakes, caffè e biscotti, consumata dai due coniugi e da John. Lizzie si alzatò più tardi, limitandosi a caffè e biscotti.
Intorno alle 8:45, Morse uscì per far visita ad alcuni parenti, seguito poco dopo dal padrone di casa, allontanatosi per sbrigare i propri affari in città. Tra le mura rimasero solo tre donne: Abby, la figliastra e Bridget.
L’ultima volta che la servitù vide la padrona viva fu intorno alle nove, nell’area tra la dining room e la sitting room, poco prima di dedicarsi alla pulizia dei vetri. Dal quel momento sulla cronologia della mattinata calò la prima zona d’ombra e fu proprio in questo intervallo che avvenne il primo omicidio.


L’omicidio di Abby Borden
Abby salì al secondo piano per rassettare la stanza degli ospiti in cui aveva dormito John Morse. Si tratta di uno degli ambienti più impressionanti di Lizzie Borden House, perché è proprio qui che venne uccisa mentre nel resto dell’abitazione tutto continuava apparentemente come sempre.
La ricostruzione medica collocò l’ora del decesso tra le 9:00 e le 10:30, Abby venne aggredita e colpita ripetutamente alla testa con un’accetta. Cadde rovinosamente tra il letto e la cassettiera, con il viso rivolto verso il pavimento. La particolare disposizione degli arredi fece sì che il cadavere rimanesse completamente nascosto a chiunque passasse davanti alla porta o salisse le scale.
La dinamica dell’aggressione fu particolarmente brutale. Il primo colpo la raggiunse sopra l’orecchio; si voltò e cadde a faccia in giù sul tappeto. L’aggressore scavalcò il suo corpo immobile e sferrò altri diciotto o diciannovesimi colpi violenti alla nuca e al collo.
Abby Borden morì quasi istantaneamente in una pozza di sangue scuro. Il silenzio invase la stanza, mentre al piano inferiore la vita continuava come se nulla fosse.
La Fall River Historical Society conserva ancora oggi una fotografia scattata nel 1892 dall’avvocato della difesa Arthur Sherman Phillips, che immortalò la scena dai gradini per mostrare come il corpo fosse invisibile dal corridoio.

Il ritorno e l’omicidio di Andrew Borden
Andrew trascorse parte della mattinata in città, facendo ritorno a casa poco prima delle undici. La porta principale era chiusa e non riuscendo ad aprirla da solo, iniziò a scuoterla.
Bridget andò ad aiutarlo e in seguito testimoniò che proprio mentre cercava di sbloccare la serratura, udì una risata provenire dalle zona delle scale. Un dettaglio inquietante, considerando ciò che giaceva nascosto a pochi metri di distanza.
Quando finalmente riuscì ad entrare, Lizzie che gli disse che Abby era uscita, dopo aver ricevuto un biglietto urgente per andare a trovare una persona malata — quel messaggio non fu mai ritrovato.
Poco dopo Andrew si sdraiò a riposare sul divano della sitting room e quella fu l’ultima cosa che fece. L’epilogo per il capofamiglia arrivò subito dopo le undici quando fu aggredito e colpito al capo con estrema violenza da una lama pesante e affilata.
Il medico legale individuò dieci ferite profonde sulla parte carnosa del capo, con gravissime lesioni al cranio. A differenza di Abby, il cui corpo era già freddo e rigido, il cadavere di Andrew era ancora caldo, confermando che i delitti non erano avvenuti contemporaneamente.
La forza dell’attacco tranciò il nervo ottico, frantumò il cranio e distrusse i suoi tratti somatici.
E in quei minuti cruciali, dove si trovava Lizzie Borden? Secondo la sua versione, era uscita nel cortile e si era recata nel fienile alla ricerca di alcuni piccoli piombi per una battuta di pesca futura. I contorni sfumati di quei movimenti avrebbero presto iniziato a insospettire gli investigatori.


La scoperta del corpo di Andrew Borden
Bridget era nella sua stanza quando sentì suonare le campane del City Hall e guardò l’orologio: erano le undici. Rimase sdraiata ancora per pochi minuti, senza avvertire nulla di sospetto, finché la voce di Lizzie non la richiamò dal piano inferiore: suo padre era morto. Qualcuno era entrato e lo aveva ucciso.
Bridget stava per entrare nel salotto, ma Lizzie la fermò e la mandò a chiamare il medico di famiglia, il dottor Seabury Bowen, che abitava proprio di fronte.
Nel frattempo, arrivò anche la vicina Adelaide Churchill attirata dall’evidente agitazione della domestica, trovando Lizzie vicino alla porta laterale. Il dottor Bowen constatò il decesso di Andrew e nel giro di poco altre persone iniziarono ad affluire. Ma mancava ancora qualcuno all’appello: Abby Borden.


La scoperta del corpo di Abby
Inizialmente Lizzie continuò a sostenere che la matrigna fosse uscita, ma a un certo punto però disse a Bridget di essere quasi certa di averla sentita rincasare e le chiese di controllare.
Terrorizzata all’idea di andare da sola, Bridget si fece accompagnare da Adelaide Churchill. Non fu necessario entrare nella stanza. Salendo la scala anteriore e affacciandosi verso la guest room, riuscirono a scorgere parte della gonna e il corpo di Abby disteso tra il letto e la cassettiera, fino a quel momento nascosti dalla struttura dell’arredo.
William Dolan, medico legale, esaminò entrambe le vittime e rivelò immediatamente una differenza fondamentale: Andrew conservava ancora il calore corporeo; Abby era ormai fredda e il sangue sulle ferite si era già asciugato.
La sequenza iniziava a delinearsi. Abby era stata uccisa per prima. Andrew molto più tardi. Tra i due delitti era trascorso un intervallo considerevole. Eppure nessuno aveva visto un estraneo entrare o allontanarsi dalla casa. Da questo enigma temporale nacquero i sospetti che, ora dopo ora, avrebbero iniziato a stringersi attorno a Lizzie Borden.


I primi soccorsi e l’arrivo della polizia
Quel giorno gran parte della polizia locale si trovava a Rocky Point, nel Rhode Island, per l’annuale escursione e pic-nic del dipartimento. In città erano rimasti pochissimi agenti di pattuglia e ufficiali al comando centrale, una coincidenza che rallentò il coordinamento dei soccorsi e dei rilievi iniziali.
La gestione della scena del crimine fu compromessa dai ritardi e da una contaminazione massiccia degli spazi. Prima ancora che la polizia potesse isolare l’area, la casa fu invasa da curiosi, vicini e persino giornalisti locali.
Nessuno all’epoca applicava i moderni protocolli scientifici: i pavimenti furono calpestati, potenziali impronte di scarpe o digitali vennero distrutte e gli oggetti spostati, impedendo per sempre di capire se l’arma del delitto fosse stata occultata o portata via nelle ore successive.

Perché i sospetti caddero su Lizzie Borden
Gli elementi raccolti dall’accusa nel corso delle indagini e del celebre processo del 1893 non furono mai considerati prove definitive — portando infine a un verdetto di assoluzione da parte della giuria — ma delinearono il quadro indiziario su cui si concentrò l’intera inchiesta.
Facendo riferimento ai documenti d’archivio, ai verbali originali e ai reperti custoditi dalla Fall River Historical Society (riconosciuta come il principale depositario ufficiale della documentazione sul caso Commonwealth of Massachusetts vs. Lizzie A. Borden), i sospetti si articolarono attorno a diversi nodi centrali.

Il comportamento di Lizzie Borden
Il vice maresciallo John Fleet interrogò Lizzie nella sua camera da letto. Agli investigatori apparve pallida, ma sorprendentemente calma, e il suo racconto sollevò presto diversi interrogativi. A destare maggiore attenzione furono soprattutto le difficoltà nel ricostruire con precisione i suoi movimenti durante l’intervallo in cui venne ucciso il padre (prima era nel granaio a cercare piombini, poi vicino alla cucina o fuori a mangiare delle pere).
Inoltre, quando le fu chiesto di Abby, Lizzie si riferì a lei freddamente come “signora Borden” lasciando emergere l’amara spaccatura che aveva diviso la famiglia per anni. Per l’accusa, anche questo atteggiamento, insieme alle incongruenze emerse nel suo racconto, contribuì ad alimentare i primi dubbi sulla sua attendibilità.
Nelle ore successive il dottor Bowen le somministrò una preparazione a base di bromocaffeina per calmare l’agitazione nervosa e il mal di testa. Dalla sera seguente le prescrisse anche morfina, che Lizzie continuò ad assumere nei giorni successivi e durante l’inchiesta preliminare. Bowen sarebbe stato interrogato al processo anche sui possibili effetti del farmaco sulla memoria e sulla percezione.
La sua cara amica Alice Russell passò la notte con Lizzie ed Emma, che avvisata della tragedia con un telegramma era rientrata a casa dal suo viaggio a Fairhaven più tardi quella sera.
Con l’avvicinarsi della mezzanotte, le guardie restarono attorno al perimetro della casa, mentre i corpi di Andrew e Abby erano ancora coperti sul tavolo della sala da pranzo dove erano stati esaminati.

Lizzie Borden e il presunto tentativo di acquistare acido prussico
Uno degli episodi più dibattuti riguarda quello che accadde il giorno precedente agli omicidi. Il commesso di una farmacia locale, Eli Bence, testimoniò che Lizzie si era recata nel negozio per acquistare dell’acido prussico (un veleno potentissimo e a rapida azione), sostenendo che le servisse per pulire una mantella di foca dai parassiti.
Poiché la vendita di un veleno di quel tipo richiedeva una prescrizione medica, il farmacista si rifiutò di darglielo. Sebbene questo episodio dipingesse un quadro di premeditazione, durante il dibattimento il giudice scelse di escludere gran parte di questa testimonianza dal materiale probatorio ammesso per la giuria, perché ritenuta troppo remota nel tempo, indebolendo l’impatto di questa pista.
In effetti, medici e investigatori ritenevano che l’improvvisa malattia della famiglia, fosse dovuta al pesce spada e al brodo di montone cucinati giorni prima e lasciati in una dispensa al caldo, senza un’adeguata refrigerazione durante il mese di agosto.

Il vestito bruciato da Lizzie Borden
Un altro momento chiave dell’inchiesta emerse grazie alla testimonianza di Alice Russell, amica intima della famiglia Borden. Pochi giorni dopo gli omicidi, la donna sorprese Lizzie a bruciare sulla stufa della cucina una vecchia veste di cotone blu macchiata. Il giorno seguente Alice le disse che bruciare il vestito era stata probabilmente la cosa peggiore che avrebbe potuto fare.
Per l’accusa si trattava dell’evidente tentativo di distruggere gli indumenti insanguinati indossati durante l’esecuzione dei delitti. La spiegazione fornita dalla difesa fu tuttavia diametralmente opposta: Lizzie Borden sostenne che l’abito si fosse macchiato di vernice fresca durante una passeggiata vicino casa, e che bruciare vecchi vestiti danneggiati fosse normale pratica domestica dell’epoca.

Le accette trovate nella Lizzie Borden House
Nel seminterrato la polizia rinvenne diversi attrezzi da taglio, tra cui vari martelli e accette. Tra questi, l’oggetto che catturò maggiormente l’attenzione fu la celebre handleless hatchet, ovvero una testa di un’accetta con una parte del manico spezzata ancora inserita.
L’accusa sostenne che il manico fosse stato deliberatamente rimosso per ripulire lo strumento o per sbarazzarsi della parte più contaminata dalle tracce ematiche. Tuttavia, le analisi medico-legali dell’epoca e i riscontri sui campioni biologici conservati negli atti d’archivio, non riuscirono a rilevare prove definitive o tracce di sangue umano riconducibili ai delitti, su nessuno degli oggetti sequestrati.
L’unica minuscola macchia rilevata su una gonna non consentì di collegarla ai delitti. L’arma utilizzata per uccidere Andrew ed Abby rimase quindi un elemento irrisolto dell’indagine.

Le contraddizioni nelle dichiarazioni di Lizzie Borden
Il castello accusatorio si fondò in gran parte sulla catena di incongruenze riscontrate nei resoconti forniti da Lizzie alla polizia e durante la sua deposizione all’inquest (l’inchiesta preliminare).
Poiché all’epoca dei primi interrogatori Lizzie non era ancora assistita dall’avvocato di famiglia, nonostante ne fosse stata richiesta la presenza, le sue risposte frammentarie, i mutamenti nei dettagli temporali e la difficoltà nel ricostruire con esattezza i propri spostamenti nei minuti in cui morì il padre alimentarono ulteriormente i sospetti.
La questione avrebbe però avuto un peso decisivo al processo: i giudici stabilirono che la deposizione resa all’inquest, quando Lizzie Borden era ormai sostanzialmente sospettata e non era stata adeguatamente tutelata rispetto al diritto di non autoincriminarsi, non poteva essere considerata volontaria e ne impedirono l’utilizzo contro di lei.
Restava così un caso fondato quasi interamente su indizi. La mancanza di prove fisiche dirette, dell’arma del delitto e la dinamica dei tempi in cui si consumò l’omicidio di Andrew e Abby Borden, spinsero infine la corte e la giuria a riconoscere l’esistenza di un ragionevole dubbio, che culminò nella storica assoluzione del 20 giugno 1893.


Lizzie Borden era l’unica sospettata? Le altre piste dell’indagine
Con il passare delle ore i sospetti della polizia finirono per concentrarsi sempre più su Lizzie Borden, che sarebbe stata l’unica persona formalmente accusata e processata per gli omicidi. Questo, però, non significa che gli investigatori ignorarono altre possibilità.
I Police Witness Statements, le dichiarazioni raccolte dalla polizia, mostrarono un’indagine molto più ampia di quanto la ricostruzione popolare del caso lasci immaginare. Oltre ai membri della famiglia e alle persone presenti nella casa, gli agenti interrogarono vicini, passanti, commercianti e cittadini che sostenevano di aver visto individui sospetti nei dintorni di Second Street. Molte segnalazioni si rivelarono inconsistenti, altre furono effettivamente controllate e poi abbandonate.

John Vinnicum Morse e la coincidenza della sua visita
Una delle prime figure inevitabilmente sottoposta all’attenzione degli investigatori fu John Vinnicum Morse, fratello della madre biologica di Lizzie ed Emma. La coincidenza della sua presenza proprio in quelle ore fu reputata singolare e insolita.
Morse era arrivato il pomeriggio del 3 agosto, senza che Bridget Sullivan sapesse in anticipo della visita, e aveva trascorso la notte proprio nella guest room dove, poche ore più tardi, Abby Borden sarebbe stata assassinata.
La mattina del 4 agosto lasciò la casa intorno alle 8:45 per recarsi a trovare alcuni parenti in un’altra zona di Fall River. I suoi movimenti furono ricostruiti con particolare attenzione ma gli spostamenti e l’alibi risultò confermato.
Il tempismo della sua visita continuò ad alimentare supposizioni, ma gli inquirenti non riuscirono mai collegarlo materialmente ai delitti.

Bridget Sullivan: testimone fondamentale, non imputata
Anche Bridget “Maggie” Sullivan venne interrogata ripetutamente. Del resto era, insieme a Lizzie, l’unica altra persona presente nella proprietà durante gli intervalli nei quali avvennero entrambi gli omicidi.
Gli investigatori ricostruirono minuziosamente le sue attività: la preparazione della colazione, il lavaggio delle finestre, i movimenti dentro e fuori dalla casa, l’apertura della porta ad Andrew e, infine, il suo ritorno nella propria camera al terzo piano per riposarsi.
Bridget raccontò che, dopo essersi sdraiata sul letto, sentì l’orologio del municipio battere le undici. Pochi minuti dopo udì Lizzie chiamarla dal piano inferiore: suo padre era morto e qualcuno lo aveva ucciso.
A quel punto, però, Abby Borden giaceva già morta nella guest room al piano superiore da molto più tempo. Proprio questa circostanza, insieme alla posizione di Bridget all’interno della casa, avrebbe inevitabilmente alimentato nel tempo domande e teorie alternative.
Bridget diceva tutta la verità? Poteva sapere più di quanto raccontò? Oppure, come hanno ipotizzato alcuni nel corso degli anni, avrebbe potuto nutrire un risentimento verso i Borden tale da spingerla molto oltre?
Sono domande affascinanti, ma vanno tenute distinte dai fatti documentati. Nella propria testimonianza Bridget negò di aver avuto problemi con la famiglia e disse di essersi trovata bene in quella casa. Le teorie che la indicano come possibile assassina per rabbia, sfruttamento o risentimento appartengono quindi alle interpretazioni successive del caso, non a una responsabilità dimostrata dagli investigatori del 1892.

Il misterioso uomo visto vicino a Second Street
Una delle piste più curiose seguite dalla polizia nacque dalla testimonianza del dottor Benjamin Handy, che dichiarò di aver notato un uomo dall’aspetto insolito nelle vicinanze di Second Street nella tarda mattinata del 4 agosto.
Nelle ricostruzioni successive sarebbe diventato il celebre “wild-eyed man”, l’uomo dagli occhi selvaggi, anche se alcune testimonianze lo descrissero più propriamente come pallido e dall’aspetto malandato. Handy collocò l’avvistamento tra le 10:20 e le 10:40, una fascia oraria particolarmente interessante perché precedeva di poco l’omicidio di Andrew.
La segnalazione non venne ignorata. La polizia cercò di identificare l’uomo e si concentrò su Michael Graham, soprannominato “Mike the Soldier”, che nei giorni precedenti aveva bevuto pesantemente e il cui aspetto sembrava corrispondere almeno in parte alla descrizione. Handy, tuttavia, non identificò mai quell’uomo come la persona che aveva visto, e la pista non produsse alcun collegamento concreto con gli omicidi.

La pista degli uomini portoghesi
Anche la cosiddetta “Portuguese theory”, diventata in seguito uno degli aspetti più confusi della leggenda Borden, affondava le proprie radici in controlli realmente effettuati dagli investigatori.
Il giorno degli omicidi venne fermato un uomo portoghese che stava ritirando poco più di sessanta dollari da una banca di New Bedford. Poiché parlava poco inglese, fu interrogato con l’aiuto di un interprete, ma riuscì a fornire una spiegazione soddisfacente dei propri movimenti e venne rilasciato.
Un’altra verifica riguardò successivamente un lavoratore portoghese impiegato presso il macello della fattoria Davis e conosciuto da John Morse. A settembre l’agente Medley arrivò fino a una ferramenta di New Bedford per verificare se potesse trattarsi dell’uomo che aveva acquistato un’accetta poco prima degli omicidi. Il commerciante lo osservò e lo escluse.
Anche questa pista si chiuse senza produrre elementi concreti.


Il ruolo del dottor Seabury Bowen
Il comportamento del dottor Bowen nelle prime ore successive alla scoperta dei corpi fu oggetto di discussione e critiche, soprattutto per la gestione medica di Lizzie Borden. Accorso immediatamente dopo essere stato chiamato, il medico si rese conto dello stato di forte agitazione in cui versava la giovane e decise di intervenire somministrandole dei farmaci per placarne l’ansia e favorire il riposo.
Durante il dibattimento processuale questo aspetto fu ampiamente discusso: difesa e accusa si soffermarono sugli effetti che l’assunzione di oppiacei avrebbe potuto avere sulla reattività di Lizzie, sulla memoria e sulla lucidità delle dichiarazioni rese nei giorni successivi.
Ma intorno alla figura di Bowen sarebbero nate anche ipotesi decisamente più controverse. Il medico entrò e uscì dall’abitazione diverse volte e, secondo alcune ricostruzioni, la sua borsa non venne mai controllata. Circostanze che, unite alla particolare vicinanza alla famiglia Borden, avrebbero alimentato negli anni congetture sul suo ruolo e persino sull’eventualità che potesse aver deliberatamente protetto Lizzie.
Nessuna di queste ipotesi è mai stata dimostrata, ma anche il ruolo di Bowen sarebbe così entrato nella lunga serie di interrogativi rimasti sospesi attorno al caso Borden.

Segnalazioni, falsi indizi e piste senza uscita
I Police Witness Statements raccontano anche di numerose piste più marginali: sconosciuti visti aggirarsi in città, persone che lasciavano improvvisamente Fall River, individui dal comportamento insolito e persino uomini che sostenevano di avere informazioni sul delitto.
Gli agenti verificarono molti di questi racconti. Il 18 agosto, per esempio, Joseph Lemay riferì di aver incontrato un uomo nei boschi con una piccola accetta e alcune macchie di sangue sulla camicia. Anche questo episodio venne approfondito, senza però portare a conseguenze concrete.
L’indagine quindi fu molto meno lineare di quanto la leggenda abbia poi suggerito. La polizia prese in considerazione la possibile presenza di estranei, verificò gli alibi e seguì numerose altre piste alternative. Ma nessuna di queste piste riuscì a fornire una spiegazione credibile e documentabile dell’accaduto.
Alla fine, gli investigatori tornarono sempre allo stesso punto: due omicidi avvenuti in pieno giorno, all’interno di una casa chiusa e molto frequentata, senza un testimone che avesse visto un assassino entrare o uscire. E tra tutte le persone finite nell’indagine, soltanto una finì davanti a una giuria: Lizzie Borden.


L’accetta di Lizzie Borden: mito e possibile arma del delitto
Tra i mille anfratti oscuri del caso che sconvolse Fall River nel 1892, pochi oggetti esercitano un fascino macabro pari a quello dell’arma del delitto. Nel corso delle indagini condotte all’interno della residenza, gli agenti sequestrarono diversi strumenti da taglio rinvenuti tra il seminterrato e gli spazi di servizio.
Tuttavia, al centro dell’attenzione dell’accusa e della successiva leggenda nera vi fu un reperto ben preciso: la cosiddetta handleless hatchet, ovvero una piccola accetta con il manico spezzato e soltanto un frammento di legno inserito nella testa metallica.
Gli investigatori notarono che la frattura sul legno sembrava sospetta e che sulla superficie della testa c’erano tracce di cenere e polvere che — secondo l’accusa — potevano essere state applicate in seguito per far apparire l’oggetto vecchio e dimenticato da tempo.
L’ipotesi dei procuratori fu che l’assassino avesse deliberatamente sradicato il manico per sbarazzarsi della parte dell’utensile più esposta agli schizzi di sangue e alle impronte, oppure per facilitarne l’occultamento. La totale assenza di un’altra arma evidente all’interno della scena del crimine rese questa testa d’accetta la candidata ideale per sostenere la tesi colpevolista, alimentando l’immaginario collettivo intorno alla figura di Lizzie Borden.

L’accetta fu davvero l’arma del delitto?
Nonostante la forte suggestione indiziaria, sul piano strettamente scientifico e dibattimentale l’accetta senza manico non fu mai collegata in modo inequivocabile ai delitti di Andrew e Abby. Le analisi forensi dell’epoca non rilevarono tracce certe di sangue umano o tessuti organici compatibili con le vittime sulla superficie del metallo.
L’assenza di un legame biologico inconfutabile, unita alla limitatezza delle tecniche scientifiche di fine Ottocento, rese l’arma un elemento puramente circostanziale, incapace di reggere il peso di una prova regina in tribunale.

L’accetta di Lizzie Borden e la Hip Bath Collection
Un capitolo straordinario legato a questi reperti porta dritto alla storia della Fall River Historical Society (FRHS) e alla celebre scoperta della Hip Bath Collection.
Negli anni ’40, durante lo svuotamento della residenza di June Street – appartenuta alla famiglia dell’avvocato difensore di Lizzie Borden, Andrew J. Jennings, gli eredi stavano per fare sgomberare una vecchia vasca da bagno portabile (hip bath) nascosta in soffitta tra vecchie cianfrusaglie. Prima di buttarla, decisero di ispezionarla: al suo interno trovarono materiali, documenti e reperti forensi originali della difesa, inclusi gli incarti, le perizie e la stessa accetta.
Il materiale rimase per anni nella mani della famiglia Jennings e nel 1968 venne donato alla Fall River Historical Society. Tra le teche e i documenti (fondamentali per storici e ricercatori), la handleless hatchet continua ad essere un muto testimone di un enigma giudiziario che, a più di un secolo di distanza, continua a dividere l’opinione pubblica.

Il processo a Lizzie Borden: dall’inchiesta al verdetto
Lizzie Borden non venne arrestata immediatamente. Nei giorni successivi agli omicidi la polizia continuò a perquisire l’abitazione, interrogare testimoni e controllare le diverse piste emerse.
L’8 agosto venne effettuata una delle ricerche più approfondite della proprietà: agenti e investigatori controllarono cantina, camini, pareti, pavimenti, fienile, cortile, catasta di legna e perfino le proprietà confinanti, senza trovare un’arma che potesse essere collegata con certezza agli omicidi.
L’inchiesta: Lizzie Borden interrogata senza avvocato
Tra il 9 e l’11 agosto 1892 si svolse l’inquest: l’inchiesta giudiziaria a porte chiuse destinata a raccogliere testimonianze e chiarire le circostanze delle due morti. A presiederla era il giudice Josiah C. Blaisdell, mentre le domande venivano poste dal District Attorney Hosea M. Knowlton.
Lizzie venne interrogata a lungo. Chiese che l’avvocato di famiglia Andrew J. Jennings potesse assisterla, ma la richiesta venne respinta perché la legge consentiva che l’inchiesta fosse condotta in forma privata. Si trovò quindi a rispondere senza il proprio legale accanto.
Fu proprio durante queste deposizioni che emersero alcune contraddizioni sui suoi movimenti nella mattina del 4 agosto che l’accusa avrebbe successivamente cercato di utilizzare contro di lei.

L’arresto di Lizzie Borden e l’udienza preliminare
L’11 agosto, al termine di una nuova giornata di interrogatori, Lizzie venne arrestata con l’accusa di aver assassinato il padre e la matrigna.
Il giorno successivo, l’accusata comparve davanti alla District Court, dichiarandosi “not guilty” – non colpevole, e venne trasferita nel carcere di Taunton in attesa dei successivi procedimenti.
Dal 25 agosto al 1º settembre 1892 si svolse l’udienza preliminare (preliminary hearing) davanti allo stesso giudice Blaisdell. Non si trattava ancora del processo vero e proprio. Il compito del giudice era stabilire se esistessero elementi sufficienti per ritenere plausibile l’accusa e rinviare Lizzie alla valutazione del Grand Jury.
Per sette giorni furono ascoltati testimoni e presentati gli elementi raccolti durante l’indagine. Alla fine Blaisdell ritenne che esistesse probabile causa e dispose che il caso passasse al Grand Jury. Lizzie Borden rimase in carcere.

Il Grand Jury e la testimonianza decisiva di Alice Russell
Il Grand Jury iniziò a esaminare il caso nel novembre del 1892. In una prima fase non arrivò immediatamente a un’incriminazione. Il procedimento venne quindi riconvocato e il 1º dicembre tornò a testimoniare Alice Russell, amica di Lizzie.
La sua deposizione era particolarmente delicata perché la Russell aveva assistito, tre giorni dopo gli omicidi, all’episodio dell’abito bruciato nella cucina di Second Street. Il giorno successivo, il Grand Jury emise gli indictments che portarono formalmente Lizzie verso il processo per gli omicidi di Andrew e Abby Borden.
L’8 maggio 1893 Lizzie comparve quindi davanti alla Superior Court di New Bedford per l’arraignment e ribadì la propria innocenza. Il processo venne fissato per giugno.

5 giugno 1893: il processo di Lizzie Borden inizia a New Bedford
Il 5 giugno 1893, quasi dieci mesi dopo gli omicidi, iniziò presso il tribunale di New Bedford uno dei processi più seguiti dell’America di fine Ottocento. La Library of Congress conserva anche una rappresentazione realizzata sul posto dell’aula e di Lizzie Borden accanto ai suoi avvocati durante il processo.
Il caso venne esaminato da un collegio di tre giudici della Corte Superiore. L’accusa era guidata da Hosea Knowlton, affiancato da William H. Moody, mentre la difesa comprendeva Andrew Jennings, Melvin Adams e soprattutto George D. Robinson, ex governatore del Massachusetts e avvocato di grande esperienza.
L’accusa si trovava davanti a un problema fondamentale: non possedeva una prova diretta.
Nessuno aveva visto Lizzie colpire Andrew o Abby. Nessun abito indossato durante gli omicidi presentava tracce di sangue riconducibili alle vittime. Nessuna delle accette sequestrate nella casa era stata scientificamente identificata come l’arma del delitto.
Il Commonwealth doveva quindi costruire il proprio caso attraverso una catena di indizi: il possibile movente economico, le tensioni con Abby, la presenza di Lizzie nella proprietà, le incongruenze nei suoi racconti, l’accetta senza manico e l’episodio dell’abito bruciato. Ma proprio durante il processo l’accusa perse due degli elementi che riteneva più importanti.

Perché le dichiarazioni di Lizzie Borden furono escluse
La procura avrebbe voluto utilizzare davanti alla giuria le deposizioni rese da Lizzie durante l’inquest di agosto, comprese le contraddizioni che erano emerse sui suoi movimenti. La difesa si oppose.
I tre giudici stabilirono che, nelle circostanze in cui era stata interrogata, Lizzie si trovava ormai sostanzialmente nella posizione di una persona sospettata e che quelle dichiarazioni non potevano essere considerate sufficientemente volontarie per essere utilizzate contro di lei nel processo. L’esclusione della testimonianza fu considerata già all’epoca un passaggio di enorme importanza per la difesa.
La giuria, quindi, non ascoltò la controversa deposizione resa da Lizzie all’inquest. Era una decisione importantissima, perché eliminava una parte consistente delle contraddizioni sulle quali l’accusa aveva fatto affidamento durante le indagini.

Perché l’acido prussico fu escluso dal processo
Un altro duro colpo per l’accusa riguardò Eli Bence, il commesso della farmacia che sosteneva di aver visto Lizzie tentare di acquistare acido prussico il giorno precedente agli omicidi. Bence aveva già raccontato l’episodio durante l’inchiesta e l’udienza preliminare.
Durante il processo, però, i giudici ascoltarono fuori dalla presenza della giuria una lunga discussione sulla rilevanza di quella testimonianza e sulla possibilità che l’acido prussico avesse anche utilizzi innocui, compreso il trattamento delle pellicce.
Alla fine stabilirono che l’accusa non aveva posto basi sufficienti per rendere quella prova ammissibile. La giuria non venne quindi autorizzata a considerare il presunto tentativo di acquisto del veleno.
Questo dettaglio è fondamentale: quando si ricostruisce oggi il “caso contro Lizzie Borden”, spesso si citano insieme veleno, dichiarazioni contraddittorie, abito bruciato e accetta. La giuria del 1893, però, non ebbe a disposizione tutti questi elementi.

Accusa e difesa nel processo a Lizzie Borden
Ciò che rimase all’accusa era quindi soprattutto un caso indiziario. Vennero presentati i tempi delle due morti, la particolare disposizione della casa, le ferite, le accette sequestrate, l’abito bruciato e gli elementi relativi ai rapporti familiari.
Uno dei momenti più impressionanti del processo arrivò quando vennero mostrati in aula i crani di Andrew e Abby Borden, utilizzati dagli esperti per discutere la forma delle ferite e la possibile compatibilità con gli strumenti sequestrati.
Ma l’accusa non riuscì mai a trasformare quella compatibilità in un’identificazione certa dell’arma. La difesa costruì invece il proprio caso intorno al ragionevole dubbio.
Nessuna arma poteva essere collegata scientificamente a Lizzie. Non esistevano testimoni oculari. Non erano stati trovati vestiti macchiati dal sangue delle vittime. E la scena del crimine era stata gestita in maniera tutt’altro che rigorosa.
Il compito della giuria, sostenne in sostanza la difesa, non era stabilire chi avesse ucciso Andrew e Abby, ma decidere se l’accusa avesse dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che fosse stata Lizzie.
Lizzie non salì sul banco dei testimoni durante il processo. Prima che il caso venisse affidato alla giuria pronunciò soltanto una breve dichiarazione: ribadendo la propria innocenza e affidando ai suoi avvocati il compito di parlare per lei.

Il verdetto: Lizzie Borden assolta il 20 giugno 1893
Il 20 giugno 1893, dopo poco più di un’ora di deliberazione, la giuria tornò in aula. Il verdetto fu: Not Guilty. Lizzie Borden venne assolta.
Non significa che il tribunale abbia stabilito chi uccise Andrew e Abby, né che abbia dimostrato che Lizzie non potesse aver commesso gli omicidi. Significa che l’accusa non riuscì a dimostrare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.
E nessun altro venne mai processato per quei delitti. Il processo si concluse quindi con una sentenza definitiva per Lizzie, ma non con una soluzione del caso.
Lizzie Borden non fu mai condannata per gli omicidi di Andrew e Abby Borden che restano ancora irrisolti.

Chi uccise Andrew e Abby Borden? Le principali teorie
A più di un secolo di distanza dagli eventi del 4 agosto 1892, l’identità dell’assassino rimane uno dei più grandi misteri della storia giudiziaria americana. Basandosi sui documenti originali, sugli atti processuali e sui materiali storici conservati dalla Fall River Historical Society, studiosi e appassionati di true crime hanno formulato diverse teorie nel tentativo di dare un volto al colpevole.
La sequenza stessa dei due omicidi alimentò sin dall’inizio le ipotesi sul movente. Abby morì per prima, il che significa che la sua famiglia (vale a dire la sua sorellastra Sarah) non aveva diritto all’immensa fortuna di Andrew. L’interezza del patrimonio dei Borden passò legalmente a Lizzie ed Emma.
Se Abby fosse sopravvissuta ad Andrew, anche solo di cinque minuti, la sua famiglia avrebbe ereditato una parte significativa della sua ricchezza, un fatto che i pubblici ministeri usarono in seguito per suggerire un movente finanziario per la sequenza dei delitti.

Lizzie Borden era colpevole? La teoria dell’assassina solitaria
La prima e inevitabile sospettata fu proprio Lizzie Borden, al centro delle indagini e poi del processo del 1893. Secondo la teoria dell’accusa, i contrasti patrimoniali e le tensioni con la matrigna avrebbero potuto fornirle un movente, mentre la particolare situazione di quella mattina le avrebbe offerto l’occasione per agire.
A pesare contro di lei furono soprattutto le contraddizioni, il presunto acquisto di acido prussico e il misterioso abito di cotone blu dato alle fiamme pochi giorni dopo il delitto davanti all’amica Alice Russell.
Tuttavia, la sua assoluzione e la totale assenza di prove fisiche inconfutabili lasciarono aperta la porta ad altre ipotesi, trasformando la sua presunta colpevolezza in un enigma irrisolto.

La teoria di Bridget Sullivan
Tra le teorie alternative, alcune hanno inevitabilmente rivolto l’attenzione verso Bridget “Maggie” Sullivan, l’unica altra persona sicuramente presente nella proprietà durante i momenti cruciali di quella mattina.
Bridget aveva trascorso quasi tre anni al servizio dei Borden e proprio il 4 agosto, nonostante si sentisse male, Abby le aveva ordinato di lavare le finestre. La sua stessa testimonianza confermò che quella mattina soffriva di mal di testa e nausea e che dovette uscire in cortile per vomitare.
Da questi elementi sono nate nel tempo teorie secondo cui un’esasperazione improvvisa avrebbe potuto spingerla contro i suoi datori di lavoro; altre ipotesi, ancora più speculative, l’hanno immaginata come possibile complice di Lizzie. Non esistono però prove concrete a sostegno di nessuna delle due ricostruzioni. Le cronache del processo descrissero anzi Bridget come una testimone generalmente credibile e la sua deposizione non fornì all’accusa un movente concreto contro di lei.

La teoria dell’intruso e le altre ipotesi
Tra le altre figure finite almeno inizialmente sotto la lente degli investigatori vi fu John Vinnicum Morse, fratello della prima moglie di Andrew e quindi zio materno di Lizzie ed Emma. La sua comparsa a Second Street proprio il giorno precedente agli omicidi e l’assenza di bagagli suscitarono inevitabilmente qualche sospetto.
Morse, tuttavia, fornì un resoconto estremamente preciso dei propri movimenti e il suo alibi venne corroborato: quella mattina aveva lasciato la casa per visitare dei parenti e fece ritorno soltanto dopo gli omicidi. Anche le cronache dell’epoca riconobbero che la sua versione era stata confermata.
Emma, invece, si trovava a Fairhaven da due settimane e non era a Fall River quando Andrew e Abby vennero uccisi.
Rimane infine l’ipotesi più semplice e, allo stesso tempo, una delle più difficili da conciliare con la scena: un assassino estraneo alla famiglia. La difesa presentò persino testimoni che riferirono di uomini sconosciuti nei pressi della proprietà, compreso il giovane pallido visto dal dottor Benjamin Handy intorno alle 10:30 del 4 agosto.
Ma un intruso avrebbe dovuto entrare nella proprietà, uccidere Abby, rimanere o tornare dopo un considerevole intervallo, assassinare Andrew e infine allontanarsi senza essere riconosciuto da nessuno.
Nel silenzio lasciato dalle prove, nessuna teoria è mai riuscita a imporsi definitivamente sulle altre. Lizzie rimane inevitabilmente al centro dell’enigma, ma il verdetto del 1893 impedisce di trasformare il sospetto in una verità giudiziaria.
Qualcuno entrò — o era già — al 92 di Second Street quella mattina. Più di centotrent’anni dopo, non sappiamo ancora con certezza chi impugnò l’accetta.

I reperti del caso Lizzie Borden alla Fall River Historical Society
La Fall River Historical Society conserva la più grande collezione al mondo di materiale originale relativo a Lizzie Borden e al processo del Commonwealth del Massachusetts contro Lizzie A. Borden. Reperti forensi, fotografie della scena del crimine, documenti del processo, corrispondenza privata, oggetti personali di Lizzie e persino quello che viene definito “the alleged murder weapon“, quindi la presunta arma del delitto. La stessa FRHS si definisce il principale depositario mondiale del materiale relativo al caso Borden.
Oltre alla ricca ed importantissima Hip Bath Collection, ritrovata nella vasca nella soffitta della famiglia Jennings, di cui abbiamo già parlato, la FRHS custodisce anche la Lindsey Collection che raccoglie la corrispondenza privata e i documenti di Anne Lindsey, sua amica d’infanzia e confidente. Tra i reperti le lettere scritte dalla Borden direttamente dalla cella della prigione di Taunton durante i mesi della sua detenzione. Documenti che mostrano lo stato d’animo e i pensieri più intimi della donna in uno dei momenti più critici della sua vita.
La Cummings Collection è invece incentrata sulle lettere inviate da Lizzie ed Emma alla loro sarta e corsettaia di fiducia, Emma Laurette Cummings. Oltre alle questioni di sartoria e vita quotidiana, gli scritti toccano aspetti personali e aneddoti meno conosciuti: in una lettera del 1896, per esempio, Lizzie commentò una falsa voce che circolava su un suo imminente matrimonio.
La Nevius Collection contiene i diari di Louisa Holmes Stillwell Nevius, amica d’infanzia delle sorelle Borden con riferimenti a Lizzie risalenti al 1870-77 che costituiscono le testimonianze più antiche oggi conosciute sulla giovane Lizzie Borden. La Thelen Collection raccoglie decine di lettere, biglietti e cartoline inviate da Lizzie a una famiglia Thelen. Le figlie Olga e Anna ricevevano da lei regali e auguri di compleanno e di Natale e la chiamavano affettuosamente “Auntie Borden” – “zia Borden”. La raccolta comprende oggi 46 reparti di corrispondenza oltre e fotografie e altri oggetti.
La Phillips Collection conserva fotografie scattate nel 1892 non soltanto all’interno, ma anche intorno alla casa, nel cortile, dalla strada, vicino al fienile e dalle proprietà dei vicini. Una delle foto di Second Street venne addirittura realizzata da Arthur Sherman Phillips all’incirca alla stessa ora in cui avvennero gli omicidi, proprio per mostrare quanto traffico ci fosse normalmente sulla strada.
Avremmo voluto completare questo percorso visitando anche la Fall River Historical Society, ma resterà chiusa per lavori di restauro fino alla primavera del 2027. Tuttavia le sue raccolte storiche e gli archivi disponibili online ci hanno permesso di approfondire molti aspetti meno conosciuti della vicenda.

Maplecroft: la nuova vita di Lizzie Borden dopo il processo
Dopo l’assoluzione al termine del clamoroso processo del 1893, Lizzie Borden decise di voltare pagina acquistando una sfarzosa residenza in stile Queen Anne al numero 306 di French Street (originariamente 7 French Street), battezzata con il nome di Maplecroft.
Con i fondi ereditati dal patrimonio paterno e insieme alla sorella Emma, Lizzie abbandonò la plumbea e soffocante atmosfera di Second Street per trasferirsi in un quartiere residenziale ed esclusivo di Fall River. La nuova dimora, dotata di ampi spazi, sette camere da letto e sei camini, rappresentò per Lizzie Borden la possibilità di condurre finalmente quella vita agiata e socialmente elevata che la casa paterna non le aveva mai offerto, sebbene una parte della cittadinanza continuasse a guardarla con diffidenza.
Negli anni trascorsi a Maplecroft, Lizzie iniziò a utilizzare sempre più spesso il nome Lizbeth A. Borden, con il quale comparve anche nei registri cittadini e in diversi documenti. Non si trattò di un semplice soprannome: Lizbeth divenne il nome con cui scelse di presentarsi pubblicamente e con il quale volle essere ricordata.
Nel suo testamento del 1926 compare infatti come “Lizzie A. Borden, otherwise known as Lizbeth A. Borden” e firmò il documento utilizzando entrambi i nomi. Una scelta che la accompagnò fino alla morte: sulla sua lapide all’Oak Grove Cemetery compare semplicemente LIZBETH.

A Maplecroft, Lizbeth visse circondata da agi, servitù e animali domestici, dedicandosi all’arte, alle opere di beneficenza e coltivando una vivace passione per il teatro.
La villa divenne il centro di ricevimenti mondani in cui ospitava attori, artisti e personalità dell’epoca — tra cui la celebre attrice Nance O’Neil, con cui strinse un legame profondo.
La natura esatta di quel legame ha alimentato nel tempo numerose speculazioni, ma non esistono prove che consentano di stabilire che fosse una relazione sentimentale.
Era inoltre una lettrice accanita. Dopo la sua morte lasciò una biblioteca personale molto ampia, comprendente classici, poesia, storia, fantascienza, testi d’ispirazione e libri di viaggio.
Molti volumi portavano la sua firma o le sue iniziali e talvolta il sigillo di Maplecroft. Alcuni di questi volumi sono stati successivamente identificati e sono oggi conservati alla FRHS.
Dopo che Lizzie si trasferì nella lussuosa villa, la sua notorietà (e il persistente sospetto popolare) continuò ad attirare curiosi e contestatori. Negli anni successivi al processo la sua casa divenne meta di ragazzini e giovani che si divertivano a provocarla o a prenderla di mira lanciando sabbia e ghiaia contro le finestre della residenza per spaventarla o costringerla a farsi vedere. Episodi come questo dimostrano come, nonostante l’assoluzione, il sospetto e la notorietà legati agli omicidi continuassero a seguirla anche nella sua nuova vita di French Street.
Tuttavia, la convivenza con la sorella Emma si deteriorò progressivamente, portando a una clamorosa e definitiva rottura nel 1905, anno in cui Emma abbandonò per sempre Maplecroft senza più rivolgerle la parola. Le due sorelle non si rividero mai più. Lizzie continuò ad abitare nella grande villa di French Street fino alla sua morte, sopraggiunta il 1° giugno 1927, portando con sé le risposte alle domande che l’opinione pubblica continuava ad associare al suo nome.
Curiosità: la Historical Society possiede l’unica fotografia conosciuta scattata all’interno di Maplecroft mentre vi abitavano le sorelle Borden che ritrae Blackie, il gatto di Lizzie.

La tomba di Lizzie Borden all’Oak Grove Cemetery
L’epilogo della vicenda terrena della famiglia Borden si consuma all’interno del celebre Oak Grove Cemetery di Fall River (Massachusetts), un vasto cimitero monumentale in stile vittoriano fondato nel 1855. Ironia della sorte, nonostante la violenza che sconvolse per sempre la famiglia, Andrew e Abby finirono per riposare nello stesso lotto che avrebbe accolto anche Lizzie ed Emma.
Il cimitero si trova al 765 di Prospect Street. Il lotto dei Borden è dominato dal grande monumento centrale della famiglia, attorno al quale si trovano le lapidi più piccole dei suoi componenti. Il camposanto, concepito secondo il modello dei rural garden cemeteries ottocenteschi, si estende oggi per oltre cento acri, tra viali sinuosi, alberi e monumenti funerari vittoriani.

Chi vi è sepolto e le storie dei singoli:
Andrew Jackson Borden (1822–1892) e Abby Durfee Gray Borden (1828–1892): il patriarca e la seconda moglie, le cui vite furono brutalmente spezzate la mattina del 4 agosto 1892. Anche il loro funerale, celebrato due giorni dopo nella casa di Second Street, non fu privo di particolari destinati ad alimentare le successive interpretazioni sul clima familiare.
Lizzie ed Emma non sedettero con il resto della famiglia e, una volta raggiunto l’Oak Grove Cemetery con il corteo funebre, rimasero nella carrozza senza accompagnare gli altri parenti fino alla tomba. Quest’ultimo comportamento, tuttavia, non era necessariamente insolito per le donne dell’epoca, considerate le consuetudini funerarie vittoriane.
Andrew e Abby, inoltre, non vennero sepolti definitivamente il giorno del funerale. Le bare furono collocate temporaneamente nell’holding tomb dell’Oak Grove Cemetery; l’11 agosto i corpi furono sottoposti a una seconda autopsia e rimasero nella struttura ancora per alcuni giorni prima della sepoltura nel lotto di famiglia.
Sarah Anthony Morse Borden (1823–1863): La prima moglie di Andrew e madre biologica di Emma e Lizzie, morta quando le figlie erano ancora molto piccole.
Alice Ester Borden: La figlia primogenita di Andrew e Sarah, morta in tenerissima età (durante l’infanzia), la cui presenza nel lotto ricorda i lutti precoci che colpirono la famiglia decenni prima dei delitti.


Emma Lenora Borden (1851–1927): La sorella maggiore di Lizzie. Sopravvissuta per tutta la vita all’ombra del delitto e alla successiva rottura con la sorella nel 1905, Emma si spense a Newmarket (nel New Hampshire) appena nove giorni dopo Lizzie, il 10 giugno 1927, venendo tumulata accanto a lei nel lotto di famiglia.
Lizzie Andrew Borden / Lizbeth A. Borden (1860–1927): Si spense a Maplecroft il 1° giugno 1927 all’età di 66 anni a seguito di complicazioni post-operatorie (polmonite e postumi di un intervento chirurgico alla cistifellea). Sulla sua piccola lapide rettangolare a terra non compare il nome di battesimo, ma la scritta incisa riporta chiaramente il nome che aveva scelto per voltare pagina: Lizbeth.
Per chi si reca a Fall River e vuole completare il percorso nei luoghi della vicenda, trovare la tomba non richiede lunghe ricerche. A differenza di molti grandi cimiteri storici nei quali orientarsi può diventare un’impresa, qui il percorso verso i Borden è praticamente impossibile da perdere: varcato il monumentale cancello d’ingresso in stile neogotico su Prospect Street, basta svoltare a sinistra e seguire le frecce bianche dipinte direttamente sull’asfalto, che conducono fino al lotto della famiglia.
È un luogo suggestivo, silenzioso e circondato da querce secolari, meta immancabile per chiunque completi il tour della celebre Lizzie Borden House.

Monster: La storia di Lizzie Borden su Netflix racconta una storia vera?
Il celebre e irrisolto caso di Fall River si appresta a sbarcare sul piccolo schermo grazie a Monster: The Lizzie Borden Story, il quarto capitolo della fortunata antologia true crime ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, con quest’ultimo impegnato anche nel ruolo di showrunner.
In uscita su Netflix il 17 settembre 2026 e composta da otto episodi, la serie segna una svolta importante trattandosi del primo capitolo incentrato su una presunta autrice di crimini al femminile anziché su serial killer uomini.
A vestire i panni della protagonista è la giovane e talentuosa Ella Beatty, affiancata da un cast di prim’ordine che comprende Charlie Hunnam nel ruolo del severo patriarca Andrew Borden, Rebecca Hall in quelli della matrigna Abby Borden, Vicky Krieps nei panni della domestica Bridget Sullivan e Billie Lourd nel ruolo della sorella Emma Borden, oltre alla partecipazione di Jessica Barden nel panni dell’attrice teatrale Nance O’Neil e Joey Pollari nel ruolo dello zio John Morse. Nel cast compare inoltre Sarah Paulson.
La serie Netflix racconta la storia vera? L’attesa e il banco di prova del fact-checking
Le premesse stilistiche e narrative lasciano intuire un’opera che, nello stile tipico del produttore, fonderà il rigore della ricostruzione d’epoca con licenze drammatiche e sfumature da romance gotico-femminista, esplorando il soffocante clima di repressione della Fall River vittoriana, il peso dei ruoli di genere e il discusso legame tra Lizzie e la cameriera Bridget.
Un primo elemento lascia già intuire quale direzione abbia scelto la serie: nella sinossi ufficiale Netflix non presenta Lizzie semplicemente come la donna accusata dagli omicidi, ma afferma direttamente che fu lei ad uccidere i genitori a colpi d’ascia. Una presa di posizione narrativa tutt’altro che secondaria.
Tuttavia, sarà solo dopo il rilascio completo degli episodi che potremo verificare con precisione quanto la narrazione televisiva si sia mantenuta fedele ai verbali del processo, agli archivi storici e ai reali misteri di Second Street, o se abbia preferito cedere alla spettacolarizzazione.
Itinerario sulle tracce di Lizzie Borden a Fall River
Il viaggio fisico nella Fall River del 1892 richiede di percorrere pochi chilometri ma di compiere un vero e proprio salto temporale all’interno di una topografia urbana rimasta in gran parte legata a quel tragico giorno d’agosto.
La prima tappa imprescindibile è la Lizzie Borden House al numero 92 di Second Street (oggi 230 Second Street). Varcare quella soglia significa immergersi nella claustrofobica realtà domestica dell’epoca, misurando con i propri occhi la vicinanza stretta tra la sala da pranzo, le scale e il punto in cui si consumò l’omicidio di Andrew.
La struttura, oggi gestita anche come bed and breakfast, permette di toccare con mano le reali dimensioni di una casa che smentisce sul nascere qualsiasi teoria legata all’intrusione di estranei, restituendo la dimensione soffocante di un crimine nato interamente tra quelle mura.
Lasciando Second Street, ci si sposta verso la Fall River Historical Society, situata in un’elegante villa vittoriana a pochi isolati di distanza. Questa tappa rappresenta il vero polmone documentario e storico della ricerca, custodendo nei suoi archivi le collezioni Lindsey, Cummings e Thelen.
Qui, tra lettere autografe scritte dal carcere, reperti d’epoca, fotografie originali e abiti, si comprende la profondità materiale del caso, andando ben oltre la superficie sensazionalistica e osservando da vicino la vita reale, le relazioni e la fitta rete sociale dei protagonisti.

Il percorso prosegue poi verso Maplecroft, la magnifica residenza in stile Queen Anne situata al 306 di French Street che Lizzie acquistò con la sorella Emma dopo il processo, ribattezzandola con il nome che sognava. Più ariosa, luminosa e lontana dai quartieri operai e soffocanti del centro, questa casa fu il teatro della sua transizione verso la figura di Lizbeth, il luogo delle sue letture nella vasta biblioteca privata e delle cene con gli attori teatrali, sebbene oggi la proprietà sia tornata a essere un’abitazione privata e sia ammirabile solo dall’esterno.
L’itinerario si chiude naturalmente all’Oak Grove Cemetery, situato su Prospect Street, dove la storia terrena della famiglia si ricompone nel silenzio del grande parco monumentale. Seguendo le indicazioni all’interno del camposanto si raggiunge facilmente il lotto della famiglia Borden, dove riposano Andrew, Abby, la prima moglie Sarah e le sorelle Emma e Lizzie. Proprio qui, di fronte alla piccola lapide che reca inciso il nome di Lizbeth, si chiude il cerchio di un’esistenza complessa e controversa.

Vale la pena visitare la Lizzie Borden House?
Varcare la soglia del 92 di Second Street a Fall River non è un’esperienza turistica come un’altra, ma un vero e proprio viaggio a tappe forzate dentro la cronaca nera più claustrofobica d’America. La risposta breve è assolutamente sì, a patto di sapere cosa aspettarsi da un luogo che oggi opera sia come museo storico sia come bed and breakfast con pernottamenti per i più coraggiosi.
Ciò che rende il tour profondamente interessante non è la ricerca di facili brividi paranormali, quanto la totale aderenza alla topografia reale del delitto. Camminare tra quelle mura permette di comprendere immediatamente l’assurdità logistica della tesi dell’intruso: le dimensioni della casa sono incredibilmente ridotte, i soffitti bassi, e le scale così strette e vicine che è impossibile muoversi senza produrre scricchiolii udibili da ogni angolo.
Arrivare preparati e conoscere già la storia nei dettagli cambia radicalmente l’impatto della visita. Chi entra a mani vuote rischia di cogliere solo la superficie truculenta del caso; chi invece si è già documentato o è un appassionato del genere sperimenta un disorientamento spiazzante. Trovarsi fisicamente ai piedi della scala che porta alla stanza degli ospiti, guardare il punto esatto in cui giaceva Abby o osservare la brevissima distanza che separa il divano di Andrew dalla porta d’ingresso restituisce una prospettiva che nessun libro o documentario potrà mai replicare. È lo spazio fisico stesso a smontare la teoria del caos esterno e a confermare quanto la tragedia fosse un fatto interno, soffocato e domestico.
Ciò che colpisce di più dal vivo è proprio la percezione della vicinanza: la consapevolezza che i protagonisti vivevano letteralmente spalla a spalla in un silenzio carico di risentimento, dove un urlo o un colpo d’accetta non potevano non risuonare in ogni singola stanza. È questa dissonanza tra la banalità quotidiana degli spazi e l’orrore consumatosi tra essi a lasciare il segno più profondo.
Visita realizzata in collaborazione con Us Ghost Adventures e Lizzie Borden House B&B che ci hanno offerto un tour privato di più di 2 ore per realizzare foto e video per i nostri reportage di viaggio. Grazie a loro abbiamo potuto conoscere la vera storia di Lizzie Borden, i misteri e leggende che ancora oggi alimentano la figura di questa donna tanto conosciuta quanto controversa.
Un grazie speciale va a Larry, la nostra fantastica guida, che ha saputo raccontarci Lizzie Borden in modo estremamente coinvolgente suscitando in noi dubbi e curiosità. Lo abbiamo tempestato di domande a cui ha risposto con piacere e in modo dettagliato. Come sempre, esperienze e opinioni raccontate nell’articolo sono le nostre.
Fonti:
- Leonard Rebello, Lizzie Borden: Past & Present,
- Library of Congress –Chronicling America Lizzie Borden
- Fall River Historical Society – Lizzie Borden Collections
- Trascrizioni online dell’Inquest e del processo Commonwealth v. Lizzie A. Borden
- Fall River Herald, 5 agosto 1892
- Lizzie Borden House – sito ufficiale
- Animal Rescue League of Fall River – sito ufficiale
- Ann Schofield, “Lizzie Borden Took an Axe: History, Feminism and American Culture”, American Studies, University of Kansas
- Parallel Lives: A Social History of Lizzie A. Borden and Her Fall River e The Jennings Journals 1892
- Police Witness Statements (1892) — delle copie originali sono conservate nei Rufus B. Hilliard Papers della Fall River Historical Society.
- Inquest, 9–11 agosto 1892 — Il volume originale contenente la deposizione di Lizzie è perduto; il testo sopravvive attraverso la trascrizione pubblicata dal New Bedford Evening Standard nel 1893.
- CrimeArchives +
- Knowlton Papers — documentazione originale appartenuta al procuratore Hosea M. Knowlton: lettere, appunti investigativi, fotografie utilizzate al processo, corrispondenza e materiale dell’accusa. Conservata dalla Fall River Historical Society.
- Giornali contemporanei, in particolare New Bedford Evening Standard, Boston Globe, Boston Post, New York Times e altri
- Lizzie Andrew Borden Virtual Museum & Library
- CrimeArchives/Historic Trial Transcripts
- Lizzie Borden: Warps & Wefts
- Friends of Oak Grove Cemetery
- Viva Fall River
